Nella serata del 27 aprile è andata in onda su Rai 3 dalle 21.15 Presa Diretta, con una puntata dedicata all'”intelligenza delle piante”.
Nel corso della puntata, tra boschi e laboratori scientifici, il viaggio della trasmissione è proseguito sulla cima di monte Cimone, a 2.165 m di altezza, visitando la base meteorologica dell’Aeronautica militare e l’Osservatorio climatico “O. Vittori” del CNR-ISAC, stazione globale del programma Global Atmosphere Watch dell’Organizzazione mondiale per la meteorologia dove, tra altro, vengono raccolte misure inerenti i composti climalteranti, come l’anidride carbonica, e inquinanti in atmosfera.
Alla trasmissione hanno partecipato Francesca Marcucci, comandante del Centro Aeronautica militare di montagna di monte Cimone, e Paolo Cristofanelli del CNR-ISAC.
È possibile riguardare la trasmissione su RaiPlay [servizio dal minuto 57:33].
Il 2024 è stato un anno significativo per gli esperti del clima: le temperature medie annuali hanno infatti raggiunto un valore senza precedenti nella storia recente della Terra, superando il grado e mezzo rispetto al livello preindustriale. Potrebbe sembrare un aumento di poco conto, se non fosse che pochissimi gradi in più di temperatura dell’atmosfera terrestre sono sufficienti a provocare conseguenze molto importanti per la vita sul nostro Pianeta.
“Sappiamo da decenni che il mondo si sta riscaldando e che i cambiamenti climatici recenti sono rapidi, diffusi e senza precedenti rispetto agli ultimi migliaia di anni”, spiega Susanna Corti, ricercatrice del CNR-ISAC. “La temperatura globale media degli ultimi venti anni è ora di circa 1,1°C superiore rispetto alla fine dell’800. Lo scorso anno è stato inoltre l’anno più caldo mai registrato, con un aumento medio, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, di circa 1,5°C. Dal 1970, il riscaldamento procede a una velocità che non ha avuto precedenti negli ultimi 2000 anni. Ciò non vuol dire che durante la lunga storia della Terra non ci siano state temperature superiori a quelle odierne: è la crescita che vediamo a essere preoccupante. Le concentrazioni di gas serra, principale causa dell’aumento di temperatura atmosferica, hanno raggiunto livelli mai visti negli ultimi 800.000 anni. A marzo 2025 la CO₂, il principale responsabile del riscaldamento, ha toccato 427 parti per milione, il valore più alto da almeno 2 milioni di anni”.
Questi dati risultano allarmanti, in quanto denunciano il superamento di un limite da parte di un fenomeno in continua crescita. Se la CO₂ continuerà ad aumentare vi sarà un’ulteriore crescita in temperatura. Ciò avrà effetti inevitabili, e talvolta imprevedibili, sul funzionamento dell’intero sistema Terra, che potrebbero costringere la nostra specie a un adattamento rapido e forzato alle nuove condizioni.
“Il riscaldamento globale è il principale responsabile di ondate di calore più frequenti e intense, della riduzione del ghiaccio marino artico, della copertura nevosa primaverile e del ritiro dei ghiacciai. Sta anche aumentando la frequenza di eventi estremi concatenati, come ondate di calore, siccità e venti persistenti che favoriscono incendi fuori controllo. Inoltre, è la causa principale dell’acidificazione e del riscaldamento degli oceani”, puntualizza la ricercatrice.
Oltre a queste specifiche conseguenze, è lo squilibrio dell’intero sistema a doverci preoccupare, considerando che le nostre esistenze dipendono direttamente dalla sopravvivenza di tutte le altre specie. Insomma, non basta salvare noi stessi; per salvare noi stessi, dobbiamo salvare il mondo intero.
Tutto questo sta accadendo ora e secondo le previsioni sia le cause che gli effetti subiranno una crescita sempre più rapida. Un futuro sempre più vicino.
“Il cambiamento climatico sta già influenzando ogni regione abitata della Terra e il suo impatto crescerà con l’aumento della temperatura media. Ogni mezzo grado in più intensifica ondate di calore, precipitazioni estreme e siccità; le coste vedranno un aumento del livello del mare per tutto il secolo in corso, causando inondazioni ed erosione. È probabile che, entro il 2050, l’Artico rimanga completamente privo di ghiaccio almeno una volta, indipendentemente dagli scenari di emissioni”, continua Corti.
Questa situazione risulta emergenziale per l’intero Pianeta, in quanto va a modificare gli equilibri fisici chimici e biologici di tutti i sistemi naturali, ponendo diverse sfide all’umanità; una prospettiva resa ancora più impellente da affrontare alla luce del fatto che solo gli esseri umani possono agire per limitare i danni.
“Le emissioni di gas serra di origine antropica sono il principale motore del riscaldamento globale. Sebbene la variabilità naturale possa mascherare o amplificare temporaneamente gli effetti climatici su scale regionali e a breve termine, la tendenza al riscaldamento rimane inconfutabile. Anche grandi eruzioni vulcaniche possono temporaneamente attenuare il riscaldamento, ma si tratta sempre di ondulazioni ed episodi temporanei che non inficiano la tendenza al riscaldamento dovuta all’attività umana”, conclude l’esperta.
Molti dei cambiamenti innescati dal cambiamento climatico sono processi lenti. In particolare, quelli che investono le regioni ghiacciate della Terra, tra cui il ritiro dei ghiacciai e il ghiaccio marino artico, continueranno per diversi decenni almeno. Tuttavia, una riduzione rapida e sostenuta delle emissioni potrebbe rallentare – o invertire – alcune tendenze, mitigando i danni futuri. Una possibilità a nostra disposizione che dovrebbe farci seriamente riflettere.
Sul Journal of Applied Meteorology and Climatology dell’American Meteorological Society è stato pubblicato uno studio di OSMER-Arpa Friuli Venezia Giulia e CNR-ISAC relativo alle condizioni ambientali associate ai temporali nel nord-est dell’Italia.
Sono stati analizzati 31 anni (dal 1992 al 2022) di osservazioni da radiosondaggi tra aprile e settembre, dalle quali emerge un forte trend nei parametri usualmente ritenuti favorevoli allo sviluppo dei temporali e delle piogge convettive intense, quali ad esempio un alto valore di acqua precipitabile (indicato nella figura sotto come PWE -Precipitable Water of Environment- ma anche nota come Total Column Water Vapor) contenuta in troposfera o di instabilità potenziale (aumento di CAPE -Convective Available Potential Energy- e calo di CIN -Convective INhibition- in valore assoluto).
Tuttavia, osservando i trend delle piogge misurate dalle stazioni meteo del Friuli Venezia Giulia (FVG), o dei fulmini su tutto il dominio pan-alpino, non si nota un corrispondente aumento di piogge (neanche nei valori estremi) o di densità media di fulmini. Nemmeno la frequenza di grandinate osservata dalla rete di hailpads (“grelimetri”, ovvero pannelli di polistirene espanso usati per rilevare i colpi della grandine) dislocata sulla pianura del FVG mostra un trend in aumento, ma solo il diametro medio dei chicchi osservati pare aumentare nel tempo in modo statisticamente significativo.
Spiega Agostino Manzato dell’OSMER – Arpa FVG, attualmente in forze al CNR-ISAC: “Ci siamo chiesti se le semplici relazioni statistiche che legano i parametri ambientali alle osservazioni di temporali siano o non siano conservate inalterate in uno scenario di forte riscaldamento globale. Il paradigma proposto è che le relazioni tra pochi parametri ambientali e la frequenza e l’intensità dei temporali non siano invarianti rispetto al cambiamento climatico.”
“La nascita e lo sviluppo dei temporali, dunque, sembrano essere costituiti da una serie di processi molto complessi, difficilmente semplificabili, come viene spesso fatto, dalle semplici proiezioni climatologiche di ‘ambienti favorevoli’,” chiarisce Gabriele Fasano, dell’Arpa Piemonte.
La pubblicazione ha destato particolare interesse, al punto che l’American Meteorological Society l’ha scelta come una delle sette pubblicazioni da promuovere nella sua newsletter di marzo 2025 rispetto a tutte quelle pubblicate nelle sue riviste.
Una ricerca congiunta che ha coinvolto Università di Bologna, CNR-ISAC, Arpa FVG, Radarmeteo e servizio meteorologico ceco analizza le condizioni meteorologiche peculiari che hanno causato la grandinata record in Friuli Venezia Giulia del 24 luglio 2023, in cui è stato battuto il record europeo delle dimensioni di un chicco di grandine (19 cm). L’intenso vento da sud-ovest a circa 5 km di quota, unito ad un flusso sciroccale molto umido dal Mar Adriatico negli strati più bassi dell’atmosfera, sono stati gli elementi più importanti per la formazione della grandine gigante. L’articolo è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista britannica Quarterly Journal of the Royal Meteorological Society.
La sera del 24 luglio 2023, infatti, un’inconsueta sequenza di temporali a supercella, ossia temporali in cui la corrente ascendente è caratterizzata da forte rotazione interna, ha attraversato la regione pedemontana alpina, dal Piemonte fino al Friuli Venezia-Giulia, causando rovinose grandinate, responsabili di centinaia di feriti e danni per milioni di euro. Le due più violente tra queste hanno colpito la pianura friulana: la prima verso le 21 ha devastato in particolare il comune di Mortegliano (UD), mentre la seconda, 2 ore dopo, ha prodotto chicchi fino a 19 cm di diametro ad Azzano Decimo (PN), registrando il nuovo record europeo di dimensione di un chicco di grandine.
Spiega Francesco De Martin, dottorando dell’Università di Bologna e primo autore dello studio: “Curiosamente, la temperatura in superficie poco prima della grandinata era relativamente bassa per fine luglio, attorno a 20°C. Questa situazione appare anomala, visto che per la generazione di grandine di grosse dimensioni si reputava necessaria una massa d’aria molto calda vicino al suolo. In realtà, dallo studio è emerso che a circa 1 km di quota era presente uno spesso strato caldo e umido che dal Mar Adriatico era spinto dallo Scirocco sopra l’aria fresca superficiale. Questo strato garantiva comunque la presenza dell’instabilità atmosferica necessaria per produrre grandinate di grosse dimensioni, anche se queste condizioni sono piuttosto frequenti nel periodo estivo”.
“Quello che era, invece, davvero anomalo era l’intenso flusso da sud-ovest nella media troposfera. che probabilmente ha favorito la presenza all’interno della cella temporalesca di correnti ascendenti con un’area molto estes,” aggiunge Agostino Manzato, ricercatore dell’OSMER – Arpa FVG, attualmente in servizio presso il CNR-ISAC. “Questo è un fattore molto importante per permettere alla grandine di raggiungere grosse dimensioni, perché il chicco di grandine ha più spazio e tempo per la fase di accrescimento”.
“Un’altra condizione anomala era il trasporto eccezionale di vapore acqueo tra 2500 e 5500 m di quota” aggiunge Mario Marcello Miglietta, dirigente di ricerca del CNR-ISAC. “Una maggiore disponibilità di acqua all’interno delle correnti ascendenti ha verosimilmente accelerato la velocità di crescita dei chicchi di grandine.”
A confermare i risultati emersi dal caso studio, un’analisi statistica condotta nel periodo tra il 2018 e il 2023 nel Nord-Est ha mostrato che il vento a 5 km di quota è il parametro più importante per la generazione di grandine di grosse dimensioni, mentre non è necessaria la presenza di aria molto calda in superficie, a differenza di quanto si pensasse prima di questo studio.
Lo studio ha, pertanto, evidenziato la complessità dell’evoluzione dei temporali nel nord-est, fortemente influenzati dalla topografia della regione, che rende particolarmente difficile la loro previsione. Tuttavia, il centro meteorologico regionale del Friuli Venezia Giulia (OSMER – Arpa FVG) aveva correttamente indicato la possibilità di “rovinose grandinate” per la sera del 24 luglio 2024, mostrando che, per quanto difficile, la loro previsione è possibile. Questa ricerca aiuterà a consolidare le tecniche di previsione di questi fenomeni distruttivi di cui il Nord Italia è una delle zone più colpite al mondo.
Un quadro completo dell’evoluzione delle precipitazioni nel Mediterraneo a partire dalla fine del diciannovesimo secolo è stato prodotto da un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da Sergio Vicente Serrano e Yves Tramblay con importanti contributi dell’Università di Milano, del Salento e del CNR-ISAC.
I risultati, pubblicati su Nature, mostrano che le precipitazioni nella regione del Mediterraneo sono rimaste sostanzialmente stabili dal 1871 al 2020, nonostante grandi oscillazioni nel corso degli anni e dei decenni. La ricerca si basa su dati provenienti da 23.000 stazioni in 27 paesi e colma un vuoto di conoscenza che era dovuto alla mancanza di una base ragionevolmente completa di dati osservativi forniti da stazioni meteo, conseguenza di politiche non favorevoli alla condivisione dei dati adottate da alcuni paesi del Mediterraneo. La limitazione è stata superata sviluppando un metodo di lavoro innovativo che ha previsto elaborazioni svolte in modo distribuito senza che i singoli paesi coinvolti condividessero i dati originali.
L’evoluzione delle precipitazioni ha importanti implicazioni per le politiche sociali, economiche e ambientali nella regione Mediterranea dove esse sono distribuite irregolarmente e ci si attende diminuiscano nel corso del XXI secolo. Lo studio, mostra che nel passato le precipitazioni nella regione sono state caratterizzate da una forte variabilità spaziale e temporale, ma sono rimaste fino ad ora in gran parte stabili nel lungo termine. Gli autori attribuiscono le tendenze che possono essere identificate per alcune aree e periodi di tempo alle dinamiche collegate alla variabilità interna del clima. Fanno notare che il loro set di dati concilia le osservazioni con le più recenti simulazioni modellistiche (Progetto CMIP 6), che concordano nell’assenza di un trend prevalente delle precipitazioni passate nella regione.
Gli autori sottolineano che la regione del Mediterraneo sta comunque vivendo un periodo di crescente aridità climatica determinata da aumento dell’evaporazione, che è il risultato del forte aumento della temperatura nella regione. L’accordo fra le più recenti simulazioni modellistiche e le osservazioni sull’assenza di tendenze a lungo termine della precipitazione nel passato conferma la loro capacità di descrivere la precipitazione nella regione mediterranea e rafforza l’affidabilità dell’attesa futura diminuzione della precipitazione. Quest’ultima, sommandosi all’ulteriore aumento dell’evaporazione, accrescerà la gravità della diminuzione delle risorse idriche e della generalizzata crescente aridità attese nel futuro nel Mediterraneo.
READY Track 1 – Safeguarding Heritage Collections, Living Traditions and Practices in the face of Disasters, Extreme Weather Events and Complex Emergencies
Application deadline: 20 April 2025
Mode of delivery: The training will consist of both online and in-person sessions, followed by field projects in participants’ home countries, lasting 6 months.
Organizers
ICCROM, through its international capacity development programme First Aid and Resilience for Cultural Heritage in Times of Crisis (FAR), in partnership with the European Commission’s Directorate-General for Education, Youth, Sport and Culture (DG EAC).
This initiative is funded by the European Union through the Creative Europe Programme.
Track 1 of the READY Initiative will be hosted by the Ministry of Culture of the Republic of Latvia.
The training will be designed with the cooperation of the following technical partners:
In alignment with the principles of ICCROM and our funding partner, the READY project is committed to inclusivity and celebrating Europe’s diversity. We are actively continuing to enlist partners to ensure a truly representative and collaborative European initiative.
Key course dates
The course will comprise 4 key phases:
Phase 1: Online Orientation and Introduction to Key Concepts
Dates: 16-20 hours per week over 4 weeks, with half-day sessions (Mon-Thu) between the end of May and the end of June 2025.
Phase 2: Three-Week In-Person Training on Movable and Intangible Cultural Heritage
Dates: Starting after July 15, 2025. The training will span 15 days, with one day off between each week. Participants are advised to seek approval from their respective employers for a minimum stay of 17 days in Riga, Latvia. Exact dates will be provided upon selection.
Location: Riga, Latvia
Phase 3: Follow-up Field Projects Implemented by Participants
Dates: August 2025 – February 2026
Note: Upon completion of Phase 2: In-Person Two-Week Workshop, participants are required to propose joint or individual projects to be carried out in their respective home countries aimed at enhancing regional, national and local capacities for managing the risk of conflicts, disasters and extreme weather events for heritage collections and living traditions, practices as well as knowledge systems. The resources for implementing field projects will be supported by participants’ institutions.
Phase 4: International Online Meeting for Dissemination of Field Project Outcomes
Dates: To be decided upon completion of the follow-up field projects.
Why this course?
In an era of escalating crises, the intersections of natural and human-made hazards—ranging from climate-driven floods, fires, and droughts to violent conflicts, urban expansion, and environmental degradation—are creating more frequent, severe, and complex disasters. These compound risk events not only endanger lives and livelihoods but also threaten cultural heritage, erasing the very traditions, places, artifacts and knowledge systems that anchor communities in times of upheaval.
How can we protect heritage from mounting risks while unlocking its potential to reduce disaster impacts, adapt to a changing climate, and promote lasting peace?
READY- Resilience for Heritage in the Face of Disasters, Climate Risks and Complex Emergencies is a groundbreaking initiative aimed at strengthening capacities for protecting all forms of heritage from extreme risks including climate change-driven disasters and armed conflicts in Europe and beyond.
Within the framework of the READY project, we are pleased to invite applications from countries participating in the Creative Europe programme, for the Track 1 international course on Safeguarding Heritage Collections, Living Traditions and Practices in the face of Disasters, Extreme Weather Events and Complex Emergencies.
About the Course
READY track 1: Safeguarding Heritage Collections, Living Traditions and Practices in the face of Disasters, Extreme Weather Events and Complex Emergencies is conceived as a hybrid course. This interdisciplinary training emphasizes a systems-based approach to managing risks to heritage collections—whether in museums, libraries, archives, or places of worship—as well as to living traditions and associated knowledge systems.
Recognizing that disasters do not occur in isolation and that heritage institutions may not always have immediate support, a core component of the course will focus on cross-sector cooperation and coordination among disaster risk management, climate science, civil protection, armed forces, and heritage agencies before, during, and after disasters.
The course will provide participants with the knowledge and skills to assess and mitigate disaster and conflict risks to movable and living heritage, factoring in key risk drivers such as climate change and socio-economic vulnerabilities. By equipping participants with skills to tap into community-held traditional knowledge and practices, the training aims to engage local communities in safeguarding at-risk heritage while enhancing resilience and social cohesion.
Who can apply
We invite applications from diverse professionals who are interested in this unique and extensive training and those who wish to make a difference by protecting at-risk heritage and serving their respective communities. Participants must be from countries participating in the Creative Europe programme. (Please refer to the list of eligible European and Non-European countries participating in the Creative Europe Programme, in see also).
In particular, the course may be of interest to:
Professionals working to safeguard living traditions, knowledge, and practices, as well as heritage collections in diverse settings (museums, libraries, archives, archaeological or living heritage sites).
Cultural bearers and community leaders who are committed to safeguarding at-risk movable and living heritage.
Professionals working in fields such as civil protection, disaster risk management, climate change adaptation, fire risk management, and emergency response.
Priority Considerations
Preference will be given to applicants who:
Must have full support from their employing institutions or local authorities to implement post-training field projects.
Should have prior experience in successfully safeguarding movable and living heritage following a disaster or conflict.
If you are passionate about heritage protection and resilience-building, we encourage you to apply!
How to apply?
To apply, please complete all mandatory fields in the online application formby 20 April 2025.
In the application form, you will be required to identify a heritage collection, an intangible heritage element, or a combination of both, which will serve as your case study. Preliminary selection will be finalized by April 30, 2025. If selected, you will be invited for an online interview during the first week of May 2025.
Language
The course will be conducted in English. However, the multilingual team of resource persons will assist participants in understanding core concepts and key terms where necessary. Additionally, a multilingual glossary and bibliography will be provided to further support and enhance the learning experience.
Course Modules
Assessing the significance of heritage collections in diverse contexts
Recording oral histories and ensuring the intergenerational transfer of living heritage
Assessing climate, conflict, and disaster risks to heritage collections, living traditions, knowledge systems, and associated communities
Risk mitigation and emergency preparedness for movable and living heritage
Cross-sector cooperation and coordination for disaster risk management
First aid to movable and living heritage
Post-crisis recovery
Using heritage collections, living traditions, knowledge systems, and associated communities for building disaster and climate resilience
Il 28 febbraio si è tenuto a Comacchio (FE) l’evento “Soluzioni naturali” organizzato dal Parco Regionale del Delta del Po Emilia Romagna. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione per discutere delle “Nature-Based Solutions” (NBS) e del loro potenziale nel rispondere alle sfide ambientali nel Parco Regionale del Delta del Po.
Alessandro Sardella del CNR-ISAC ha presentato le ricerche legate a due significativi progetti che rappresentano un passo avanti nella gestione sostenibile e nella protezione del nostro patrimonio:
INACO: il progetto, coordinato dal CNR-ISAC e finanziato dal programma Interreg Central Europe, mira a migliorare la resilienza del patrimonio culturale e naturale nei distretti idrografici dell’Europa Centrale. Questo progetto sviluppa strumenti innovativi, come soluzioni basate su WebGIS, per la gestione del rischio e la protezione del patrimonio culturale e naturale.
Ecosister: progetto PNRRche supporta la transizione ecologica e la cooperazione territoriale, con un focus sulla tutela del patrimonio culturale e naturale. Ecosister si integra con le programmazioni regionali e nazionali per promuovere sostenibilità e innovazione.
Sono stati selezionati gli esperti e le esperte italiane che contribuiranno alla redazione dello Special Report on Climate Change and Cities e del 2027 Methodology Report on Inventories for Short-lived Climate Forcers.
Le ricercatrici Rita Nogherotto (CNR-ISAC) e Giulia Ulpiani (JRC) sono state scelte come autrici per il Rapporto Speciale su Cambiamenti Climatici e Città.
“Questo Special Report è Speciale perché ha un volto molto umano: ci parla dei luoghi in cui la maggior parte di noi lavora e vive.” – spiega Rita Nogherotto – “Le città concentrano persone, denaro, politica e infrastrutture: sono i luoghi in cui l’urgenza della sfida climatica incontra l’azione della società. La battaglia contro il cambiamento climatico si vince o si perde nelle città del mondo. Ed è proprio l’azione che lo rende diverso, secondo me, perché è un rapporto che risponde a ‘cosa?’ e ‘come?’, le domande che ormai tutti ci facciamo, visto che sul ‘perché’ non ci sono più dubbi.”
Monica Crippa (JRC), Sandro Fuzzi (CNR-ISAC), Domenico Gaudioso (ISPRA), Daniela Romano (ISPRA) e Marina Vitullo (ISPRA) parteciperanno invece alla stesura del Rapporto Metodologico 2027 sugli Short-Lived Climate Forcers (SLCF).
“I cosiddetti Short-lived Climate Forcers, insieme di composti chimicamente reattivi che influenzano il clima perturbando altre componenti del sistema climatico quali il ciclo del carbonio o il ciclo dell’acqua (particolato atmosferico, ozono, ossidi di zolfo e di azoto, ecc.), sono stati inseriti nei modelli climatici più aggiornati solamente da pochi anni e si pone quindi il problema di valutarne in modo sistematico le sorgenti, i flussi e le concentrazioni in atmosfera, che sono estremamente disomogenee a scala spaziale e temporale.” – spiega Sandro Fuzzi – “Questo Rapporto metodologico si propone quindi di porre le basi per un sistematico inventario delle emissioni di questi composti a livello globale e regionale. È utile anche ricordare che la maggior parte degli SLCF sono anche inquinanti atmosferici che hanno effetti negativi sulla salute umana e sugli ecosistemi e questo Rapporto potrà essere anche d’aiuto per valutare le sinergie e retroazioni fra gli inquinanti atmosferici e i composti clima-alteranti nel Sistema Terra.”
La struttura dei report è stata concordata durante la 61° sessione dell’IPCC a Sofia, in Bulgaria, nell’agosto 2024. Gli autori principali selezionati saranno responsabili della stesura e della revisione dei capitoli del rapporto, tenendo conto del feedback degli esperti e dei governi, e saranno chiamati a partecipare alle riunioni nel periodo 2025-2027.
Sandro Fuzzi, ricercatore emerito al CNR-ISAC, studia i processi chimici e fisici nel Sistema Terra e i loro effetti sui cambiamenti globali, il clima, la qualità dell’aria, gli ecosistemi e la salute. Fuzzi ha già contribuito in varie forme ai Rapporti IPCC, dapprima come Contributing Author del gruppo di lavoro I (WGI) dell’IPCC nel quarto ciclo di valutazione (AR4), poi come Review Editor per il quinto ciclo di valutazione (WGI-AR5) e infine come Lead Author per il sesto ciclo di valutazione (WGI-AR6) nel capitolo riguardante gli Short-lived Climate Forcers.
Rita Nogherotto è ricercatrice presso il CNR-ISAC, con sede all’International Centre for Theoretical Physics (ICTP). Laureata in Fisica con un dottorato sulla microfisica delle nubi, si occupa di modellazione climatica regionale nel progetto CORDEX ed è responsabile dello sviluppo della parametrizzazione della microfisica delle nubi del modello RegCM5. Ha collaborato con stakeholder, aziende energetiche e assicurazioni per valutare gli impatti climatici regionali, concentrandosi su inondazioni e rischio idrogeologico. Attualmente, studia gli impatti dell’effetto urbano a scala locale per diversi eventi estremi attraverso modelli ad alta risoluzione nel progetto CORDEX-FPS URB-RCC. Ha contribuito come Contributing Author all’IPCC AR6 (WG2, Capitolo 13).
Il CNR-ISAC ha partecipato alla Fiera Klimahouse 2025, che si è tenuta a Bolzano dal 29 gennaio al primo febbraio 2025. I ricercatori Gianluca Cadelano e Alessandro Bortolin della sede secondaria di Padova, assieme ai colleghi dell’Istituto per le tecnologie della costruzione (Itc) Giovanni Ferrarini e Stefano Rossi, hanno presentato presso lo stand del CNR-ISAC i progetti sulla sostenibilità ambientale, in cui CNR-ISAC e Itc sono coinvolti. Tra i progetti presentati si annoveranoGEO4CIVHIC, ECHO, Friend Europe e iNEST. Nello stand è stato esposto un prototipo di sistema di monitoraggio ambientale, sviluppato e utilizzato nel corso del progetto iNEST.
È stata registrata una buona partecipazione del pubblico, che ha interagito con grande interesse con i ricercatori, e di piccoli e medi imprenditori e professionisti, a cui sono state presentate le attività della rete Enterprise Europe Network e del progetto europeo Friend Europe.
Il 30 gennaio 2025 ha avuto luogo un convegno dal titolo “Innovazione e Sostenibilità: Le opportunità per le PMI nei progetti europei”, organizzato da CNR-ISAC sede di Padova, nell’ambito del progetto europeo Friend Europe.
L’iniziativa si è proposta di illustrare le opportunità di innovazione offerte dai progetti europei, evidenziando come la collaborazione tra aziende e centri di ricerca possa stimolare la crescita e la competitività sul mercato globale, rappresentando un’occasione importante per le PMI interessate a crescere in modo sostenibile e a cogliere le sfide dell’innovazione europea.
Adriana Bernardi, associato di ricerca del CNR-ISAC, ha raccontato la sua esperienza di coordinamento di progetti europei con alcuni esempi concreti e l’evoluzione dei programmi di ricerca dell’Unione Europea.
Luc Pockelè dell’azienda Red Srl ha esposto i benefici che l’impresa ha tratto in termini economici e di competitività dalla partecipazione ai progetti europei e dalla collaborazione con le istituzioni accademiche.
Monica Favaro, dirigente di ricerca del CNR-ICMATE, ha esposto i meccanismi di finanziamento messi a disposizione dall’Unione Europea per le piccole e medie imprese e le opportunità derivate dall’interazione con la rete Enterprise Europe Network.
L’inquinamento atmosferico rappresenta una delle principali sfide per le città africane, dove la rapida urbanizzazione, la crescita demografica e l’industrializzazione concorrono a determinare condizioni critiche per la qualità dell’aria. Le principali fonti di inquinamento includono il traffico veicolare, la combustione di biomassa per uso domestico, le emissioni industriali e la polvere desertica. Le conseguenze di questo fenomeno sono gravi, con un impatto significativo sulla salute pubblica, sull’ambiente e sulla qualità della vita urbana.
Per affrontare questa problematica, esperti internazionali si sono riuniti nel seminario online “Air Quality Data Analytics and Machine Learning”, organizzato dall’African Society for Air Quality (ASAQ), per discutere le potenzialità offerte dalle tecnologie di intelligenza artificiale nel monitoraggio della qualità dell’aria.
Grazie all’invito dell’Addetto Scientifico dell’Ambasciata di Dakar, Dott. Eugenio Cavallo, hanno partecipato all’evento ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) e dell’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico (IIA), entrambi afferenti al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) della Regione Liguria.
Durante il seminario, i ricercatori italiani hanno presentato i risultati dei loro studi, illustrando esperienze e soluzioni innovative per l’analisi dell’inquinamento atmosferico. Attraverso l’utilizzo di algoritmi di Data Analytics e Machine Learning, hanno mostrato come sia possibile integrare e analizzare grandi quantità di dati ambientali, raccolti sia da sensori terrestri che tramite osservazioni satellitari. Questi strumenti si rivelano fondamentali per il monitoraggio e la gestione della qualità dell’aria, consentendo di identificare i principali fattori inquinanti, prevedere con maggiore precisione le condizioni di rischio e supportare le autorità nell’adozione di misure tempestive per la tutela della salute pubblica e dell’ambiente.
La significativa partecipazione della comunità scientifica italiana a questo evento sottolinea il ruolo di primo piano che il nostro Paese riveste nella ricerca e nell’innovazione applicata al monitoraggio ambientale. L’adozione di tecnologie emergenti non solo offre soluzioni concrete per migliorare la qualità dell’aria nelle città africane, ma contribuisce anche allo sviluppo di strategie sostenibili a lungo termine, necessarie per affrontare le sfide globali legate all’inquinamento atmosferico e al miglioramento della qualità della vita.
L’11 febbraio ricorre la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, celebrazione istituita nel 2015 dall’Assemblea generale delle Nazioni unite.
Obiettivo di questa giornata è promuovere un accesso equo e una partecipazione paritaria alla scienza per donne e ragazze, in risposta a un divario di genere in ambito scientifico oggi tutt’altro che risolto e su cui presentiamo un approfondimento, nell’ambito delle attività del gruppo di lavoro SCISOC del CNR-ISAC.
A livello nazionale, il Focus Gender Gap 2024 del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea mostra infatti che a conseguire la laurea in materie STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) sono principalmente gli uomini (59%), con una componente femminile del 41%. Tuttavia, sono le donne a ottenere voti più alti e una maggiore regolarità negli studi.
Se si guarda poi alla condizione occupazionale, il rapporto di AlmaLaurea evidenzia una differenza di quattro punti percentuali nel tasso di occupazione di laureate e laureati STEM a vantaggio dei laureati, oltre a una differenza nella retribuzione mensile netta in linea con quanto accade anche per gli altri settori in generale.
L’esperienza nelle scuole di ogni ordine e grado ha portato le ricercatrici e i ricercatori che svolgono attività di terza missione a verificare l’allontanamento delle studentesse dalle discipline STEM già negli ultimi anni delle scuole primarie. Nell’immaginario soprattutto delle bambine, l’associazione ricercatore (maschio) e scienza sembra consolidata, lo riferiscono le insegnanti sottolineando l’importanza di avere in classe figure femminili “normali” che testimoniano come invece questa professione sia possibile senza distinzione di genere e di eccezionali doti intellettive. Questi elementi sono emersi dal confronto continuo che abbiamo intrapreso con le docenti delle scuole primarie che partecipano al progetto Agenda 2030 delle bambine e dei bambini e che vede oltre alla partecipazione di ricercatrici e (pochi) ricercatori CNR e Inaf dell’Area territoriale di ricerca del CNR di Bologna anche l’associazione Donne & Scienza.
La valutazione della qualità della ricerca (VQR) condotta dall’Anvur, ha incluso la valutazione delle attività di terza missione solo da una decina di anni (VQR 2011-2014), eppure attività di public engagement, come la Notte europea dei ricercatori, vedono una marginale partecipazione maschile (mediamente sul 21,4%) nell’attività organizzativa del consorzio SOCIETY a Bologna, che dal 2014 include il CNR come partner e ultimamente come coordinatore; mentre si registra negli anni una quasi parità nella partecipazione alle attività della Notte, che coinvolge circa un migliaio di ricercatrici e ricercatori.
Riguardo il problema del divario di genere nella scienza, è intervenuta Cristina Mangia del CNR-ISAC in un’intervista per Articolo 33. “Le scelte universitarie di studenti e studentesse sono influenzate da tanti fattori, tra questi c’è anche la rispondenza tra l’immagine di sé e quella del percorso di studio. Immagini che sono anche influenzate dai contesti in cui si formano. Continuano a persistere idee diffuse e stereotipate, radicate negli atteggiamenti di insegnanti e nella società in generale, che vedono le ragazze come meno adatte alla matematica e alla tecnologia. Questo messaggio, trasmesso fin dall’infanzia attraverso giochi, libri e media, finisce inevitabilmente per condizionare le scelte successive delle ragazze”, spiega Mangia.
Dall’intervista di Cristina Mangia emergono inoltre diverse problematiche che le donne che lavorano in ambito scientifico si trovano ad affrontare, come ad esempio una maggiore precarietà, il persistere di pregiudizi e una maggiore difficoltà nel conciliare vita privata e lavoro. “Un sistema che premia modelli di produttività basati sulla disponibilità totale è spesso incompatibile con la vita delle donne, e non solo di loro. È un sistema che ignora i percorsi non lineari delle donne, spesso segnati da maternità, responsabilità di cura o magari da un’attenzione alla dimensione valoriale molto rilevante nelle scelte professionali come segnalato dall’indagine di AlmaLaurea. In questo disegno di carriere, le interruzioni legate alla maternità possono penalizzare le donne con figli: il ritorno dopo il congedo, il mantenimento del ritmo nelle pubblicazioni, la mobilità all’estero, la responsabilità di laboratori o di progetti di ricerca sono tutti elementi cruciali per avanzare, che risultano spesso difficili da gestire”, continua Mangia.
Anche i convegni scientifici non sono immuni da disequilibri di genere. In molti campi di studio capita infatti di vedere presentazioni ad invito date in maggioranza (o totalità nei casi peggiori) a scienziati uomini di fronte a platee magari con un’ugual presenza di uomini e donne o a maggioranza femminile.
Questa situazione viene confermata ad esempio da un’analisi su Nature Immunology, che mostra quanto sia diffuso nelle conferenze un sostanziale divario di genere tra gli invited speaker. Davanti alla risposta comune degli e delle organizzatori/trici che ipotizza che la causa possa riguardare la mancanza di donne con un adeguato livello di expertise nel settore, nello studio si dimostra che questa giustificazione viene usata anche quando non supportata dai fatti, cioè anche in campi in cui le scienziate esperte esistono e con una produttività scientifica comparabile agli invited speaker uomini.
CNR
Il Bilancio di genere 2023 del CNR mostra una fotografia sullo stato del divario di genere esistente tra il personale dell’ente. Nonostante la particolare convergenza in questo momento storico che vede il nostro Istituto, il CNR e il Ministero dell’università e ricerca a guida femminile, è ancora presente una netta prevalenza maschile nei livelli apicali e dirigenziali, soprattutto per il personale di ricerca, con una leggera maggioranza di donne nei livelli iniziali e con contratti precari.
<em>Da <a href="https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/servizi/infografica_BdG%202023_vs3.pdf">Infografica aggiornamento 2024</a> del CNR. </em>
Un contesto particolare è invece quello del personale tecnico e del personale amministrativo. Se il primo è a maggioranza maschile, il secondo è a stragrande maggioranza femminile, soprattutto per il livello di inizio carriera. “La scelta per le e i dipendenti di presentarsi a un concorso per una figura amministrativa o tecnica è probabilmente condizionata da un pregiudizio di fondo che ha, innanzitutto, orientato anche il percorso di studi e di formazione e che costituisce a tutti gli effetti un limite (spesso psicologico) nella scelta del tipo di occupazione”, si commenta a riguardo nel Bilancio di genere.
<em>Da Infografica aggiornamento 2024 del CNR. </em>
Da Infografica aggiornamento 2024 del CNR.
Un ulteriore dato d’interesse che emerge dal Bilancio è la composizione delle commissioni di concorso, i cui componenti sono tendenzialmente a maggioranza femminile (58%). Guardando ai ruoli ricoperti all’interno delle commissioni, si nota un andamento che sembra seguire determinate consuetudini sociali: a ricoprire il ruolo di presidente è nel 57% dei casi un uomo, mentre otto volte su dieci è una donna a ricoprire il ruolo di segretario/a.
Si potrebbe dunque concludere che si decida di affidare il compito di maggior prestigio e potere agli uomini, mentre alle donne uno più gestionale e non decisionale. “Tale lettura […] non può essere rappresentativa della situazione concorsuale CNR, né assicura un determinato risultato (ad esempio a vantaggio dei candidati e a scapito delle candidate, un dato non ancora disponibile) alla fine del processo di selezione. Restituisce però il concreto timore di comportamenti inconsapevoli che minano il concetto stesso di meritocrazia e di pari opportunità, che non sono semplici da eliminare e pertanto richiedono un’analisi approfondita e complessa per individuarne la migliore strategia di superamento per l’Ente al fine di sostenere la qualità nella ricerca”, si legge nel Bilancio.
L’esistenza di bias che possono contribuire a disparità di genere nella selezione di candidate e candidati è tuttavia un problema riconosciuto in ambito scientifico. Già un famoso studio dell’Università di Yale del 2012 pubblicato su PNAS mostra ad esempio come docenti universitari (sia uomini che donne) tendano a valutare le donne come meno competenti degli uomini con lo stesso curriculum, offrendo inoltre uno stipendio iniziale inferiore e meno career mentoring. Da allora gli studi in merito si sono susseguiti, evidenziando quanto questi bias inconsci siano persistenti e comuni.
Nell’affrontare questo problema, il CNR ha realizzato il video “Rumore di Fondo” per sensibilizzare le commissioni di valutazione dei concorsi sulle questioni legate ai pregiudizi di genere e agli unconscious bias culturalmente radicati, mettendo in evidenza i vari elementi che possono influenzare significativamente i giudizi consapevoli e inconsapevoli delle commissioni nelle varie fasi di una selezione. Il video vuole contribuire concretamente all’attuazione del Piano per la Parità di Genere 2022-2024 e del Piano di Riorganizzazione e Rilancio del CNR, ma quante commissioni di concorso ne hanno fatto tesoro?
A seguito della campagna di comunicazione 2020/2021 di Rai Radio1 No Woman No Panel – Senza donne non se ne parla, Il CNR ha siglato un Memorandum of Understanding per “promuovere modelli e messaggi comunicativi che favoriscano il principio di uguale rappresentanza fra i sessi”. Il CNR tramite la realizzazione di una web-app ha avviato un monitoraggio per “valutare l’impatto della partecipazione equilibrata e plurale di donne e uomini nella comunicazione istituzionale e di ricerca del Cnr”. Lo strumento permette di rilevare informazioni in merito agli eventi e news pubblicate sul portale del CNR: conferenze, convegni, seminari, dibattiti, interviste, mostre, ecc.
Si tratta di uno strumento, a disposizione di tutto il personale CNR, che ha permesso, soprattutto agli operatori della comunicazione degli istituti che inseriscono i dati nel sistema, di affinare una sensibilità e un’attenzione nella costituzione dei panel, oltre che nella composizione dei comitati organizzativi. Generalmente si evidenza un differente equilibrio nei due comitati facendo registrare frequentemente una maggior partecipazione delle donne all’attività organizzativa. Se utilizzato quindi non come strumento finale di monitoraggio ma come “correttore” del modus operandi, può efficacemente essere uno strumento di riflessione da adottare già nelle prime fasi di organizzazione di un evento.
L’attenzione da parte del CNR è anche verso l’uso del linguaggio, pubblicando nel 2024 le Linee guida per il linguaggio inclusivo rispetto al genere, come previsto dal Gender Equality Plan dell’ente. “Il linguaggio ha un ruolo molto potente nel plasmare la società, permettendo di dare visibilità al genere femminile, abituandosi alla presenza delle donne anche in ambienti dove storicamente e culturalmente è stato negato loro l’accesso, e dando pari dignità ai generi.” – si legge nelle linee guida – “I documenti amministrativi non sono solo testi di natura tecnico-giuridica rivolti a uffici interni, ma sono atti con i quali le istituzioni comunicano con la società civile e con i quali si fanno conoscere da essa […]. Utilizzare un linguaggio inclusivo negli atti amministrativi significa scegliere di essere un Ente attento alle questioni di genere e che rigetti ogni tipo di discriminazione, anche nelle forme comunicative.”
Prospettive
Su come agire per affrontare e risolvere questi divari di genere, a livello educativo e sociale, conclude Cristina Mangia nella sua intervista su Articolo 33: “Le aspettative di insegnanti ed educatori/rici possono diventare ‘profezie autoavveranti’ e influenzare le scelte delle studentesse, limitando o meno il loro interesse per la scienza e la tecnologia. È anche essenziale ripensare l’immaginario legato alla scienza fatta troppo spesso solo di leggi e formule e mostrarne anche l’aspetto umano e sociale, il valore etico e quello emozionale. Ci vorrebbero più esperienze laboratoriali che mettano al centro il soggetto che si interroga e così facendo ricrea il processo di scoperta. E a questo affiancare storie di scienziate, non per forza e non solo eccezionali, che possono ampliare l’immaginazione delle ragazze, aiutandole a visualizzare nuove possibilità di percorsi professionali e aiutare i ragazzi a liberarsi da stereotipi nei confronti delle coetanee e delle donne in generale. […] Sulla questione conciliazione vita–lavoro dovrebbero essere incentivate politiche di welfare a 360 gradi e nel mondo della ricerca ci vorrebbero programmi di reinserimento post-congedo di maternità e politiche che contrastino le discriminazioni di genere a tutti i livelli.”
Detto delle necessità di misure da intraprendere per una effettiva parità fra generi, misure da adottare in tema di: formazione fin dalla tenera età, opportunità di lavoro e carriera, remunerazione, possiamo chiederci come la restrizione progressiva fino alla scomparsa dei privilegi del genere maschile impatti ora e in futuro il modo di occuparsi di scienze. In un mondo scientifico finalmente popolato da tutti i generi, il modo stesso di fare scienze sarà in sostanza identico a quello attuale o ne verrà trasformato? Non abbiamo una risposta e non è questa la sede per poter affrontare un tema come la relazione fra generi ed epistemologie. Ma se si allarga lo sguardo, più facilmente verso società ove il gap fra generi è già in via di trasformazione, emergono segnali nella direzione dello sviluppo di epistemologie differenti da quella mainstream. Questi segnali sono sviluppati prevalentemente nel mondo delle scienze sociali, ma cominciano a fare breccia delle discipline STEM, poiché hanno fra i caratteri principali proprio lo sviluppo di approcci inter-, multi-, trans- non-disciplinari. Uno fra i tanti riferimenti ormai rintracciabili in rete, è la call della conferenza coordinata dal Centro per la ricerca marina della Università di Amsterdam dove emergono caratteri di queste nuove epistemologie, esplicitato nella call assieme alle prospettive femministe e intersezionali, e alla formazione di conoscenze con saperi sviluppati al di fuori della comunità scientifica. Caratteri poco o per niente sviluppati nelle scienze controllate dal genere maschile.
Un nuovo studio ha trovato delle discrepanze tra quattro inventari di emissioni all’avanguardia.
La review sulle metodologie per quantificare le emissioni da incendi di vegetazione e relativi dati forniti dagli inventari è stata pubblicata sulla rivista Science of the Total Environment e vede coinvolto un gruppo di ricerca del CNR-ISAC, in collaborazione con l’Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del CNR (CNR-ISAFOM), la Scuola universitaria superiore di Pavia (IUSS) e l’Università di Urbino.
Lo studio ha confrontato le emissioni di gas climalteranti da parte degli incendi di vegetazione nella regione del Mediterraneo tra il 2003 e il 2020 per quattro inventari (GFAS, GFED, FINN ed EDGAR). Ci si è concentrati in particolare sulle emissioni di anidride carbonica, metano, protossido di azoto e black carbon.
Questi inventari, pur registrando gli stessi picchi di emissione per anni particolarmente colpiti da incendi nella regione (2007, 2012 e 2017), presentano, come emerge dal confronto, notevoli differenze nel quantificare le emissioni di gas serra e black carbon. “Le discrepanze nelle emissioni sono state attribuite a differenze nei metodi di rilevamento degli incendi, nelle risoluzioni spaziali e nelle ipotesi sui fattori di emissione.” – spiega Rabia Ali Hundal, autrice dello studio e PhD student presso la Scuola universitaria superiore di Pavia e l’Università di Urbino e associata al CNR-ISAC – “Queste discrepanze sottolineano la necessità di armonizzare le metodologie per migliorare l’affidabilità delle stime delle emissioni.”
I ricercatori hanno inoltre notato che gli anni che presentavano un picco di emissioni dovute agli incendi di vegetazione nel Mediterraneo sono stati caratterizzati da eventi de La Niña, controparte fredda di El Niño e che insieme costituiscono un fenomeno oscillatorio (El Niño Southern Oscillation, ENSO) che interessa Oceano Pacifico e atmosfera e in grado di condizionare il clima mondiale nel breve periodo.
In tal senso, “ENSO potrebbe aver giocato un ruolo nel determinare parte della variabilità interannuale osservata delle emissioni di gas serra e black carbon associate agli incendi di vegetazione aperta nella regione mediterranea”, come si legge nello studio. “Tuttavia, a causa del periodo piuttosto breve considerato nel nostro lavoro di analisi e delle complesse interazioni tra diversi fattori che influenzano l’insorgenza degli incendi boschivi nel Mediterraneo, sono necessari ulteriori studi più specifici per consolidare questa possibile relazione”, continua Hundal.
Questa ricerca sottolinea l’importanza di andare a migliorare i sistemi per quantificare le emissioni e supportare ricerche in questa direzione. Studi futuri potrebbero infatti sviluppare metodologie coerenti, integrando dati raccolti da satellite e a terra e utilizzando sistemi già adoperati in altri settori di emissioni. “In particolare, quello che suggeriamo è che anche per gli incendi di vegetazione si possano tentare di applicare tecniche di valutazione delle emissioni di tipo top-down, ossia basate sull’utilizzo combinato di dati di concentrazione atmosferiche delle sostanze clima-alteranti raccolti da stazioni a terra e da satellite con simulazioni del trasporto atmosferico.” – spiega Paolo Cristofanelli del CNR-ISAC, tra gli autori dello studio – “Ciò permetterebbe di avere delle stime indipendenti da confrontare con i numeri forniti dagli inventari come quelli che abbiamo analizzato nel nostro lavoro.”
Migliorare gli inventari delle emissioni permetterebbe quindi di sviluppare delle strategie basate sulle evidenze per la prevenzione degli incendi e una mitigazione efficace del cambiamento climatico, soprattutto a livello locale e regionale.
Il 16 gennaio si è svolta presso il Museo Civico Archeologico l’inaugurazione delle mostre scientifiche del Consiglio nazionale delle ricerche “Artico. Viaggio interattivo al Polo Nord” e “Obiettivo Scienza”.
Le due mostre sono ospitate presso il Museo Civico Archeologico di Bologna dal 16 gennaio al 2 marzo 2025 in virtù della Convenzione firmata dall’Unità Comunicazione del Cnr con il Settore Musei Civici Bologna, e grazie al supporto dell’Area territoriale della ricerca del Cnr di Bologna, che ha un Accordo di Collaborazione con il Comune di Bologna.
“Artico. Viaggio interattivo al Polo Nord”è una mostra interattiva ideata e realizzata da Unità Comunicazione del Cnr, Dipartimento scienze del sistema Terra e tecnologie per l’ambiente (Cnr-Dsstta), Istituto di scienze polari (Cnr-Isp), Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri (Cnr-Iret) e Istituto per le tecnologie didattiche (Cnr-Itd) che guida il pubblico – attraverso installazioni fisiche e multimediali, esperimenti interattivi, apparecchiature scientifiche, ricostruzioni in scala, documenti, oggetti e immagini suggestive – alla scoperta dell’Artico, delle sue peculiarità e dei fenomeni osservati, da anni oggetto di studio da parte della comunità del Cnr anche attraverso la stazione di ricerca ‘Dirigibile Italia’ situata a Ny Ålesund, nelle Isole Svalbard. Adatta al pubblico di tutte le età e in particolare alle scuole, l’esposizione affronta l’urgente tema del cambiamento climatico, rendendo comprensibile a tutti l’impatto che il riscaldamento globale ha sul Sistema Terra, con conseguenze particolarmente evidenti nelle regioni artiche.
La mostra è dedicata alla memoria del primo ricercatore Cnr Angelo Viola, con un ringraziamento speciale per il suo impegno nella progettazione della mostra e per la sua dedizione nella presentazione degli exhibit al mondo della scuola e al pubblico generico.
In occasione della tappa a Bologna, il progetto espositivo viene arricchito da una nuova sezione dedicata al fortissimo impatto che le comunicazioni radio hanno avuto nell’esplorazione e nella scienza polare. Il focus fa parte del più ampio progetto scientifico-culturale ed educativo, a cura del Settore Musei Civici Bologna, dedicato a Guglielmo Marconi per le celebrazioni del 150° anniversario della sua nascita, con il patrocinio del Comitato nazionale per le celebrazioni.
“Obiettivo Scienza” è invece, una mostra fotografica che racchiude una selezione degli scatti presentati nell’ambito del contest ideato e promosso in occasione delle celebrazioni per il Centenario del Consiglio Nazionale delle Ricerche: un modo per “svelare”, attraverso il contributo tanti colleghi e colleghe della rete Cnr, la quotidianità della scienza, il fascino di fare ricerca e la sua bellezza. Dopo la prima edizione allestita presso l’ex Cartiera Latina di Roma dal 22 novembre al 15 dicembre 2024, la mostra – progettata da un Comitato Scientifico e Organizzatore del Cnr costituito ad hoc e realizzata in collaborazione con Roma Fotografia – viene proposta in forma itinerante su tutto il territorio nazionale: Bologna è la seconda tappa prescelta per questo affascinante viaggio.
All’inaugurazione hanno partecipato la Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche Maria Chiara Carrozza, il Vice Presidente del Consiglio regionale della Regione Emilia-Romagna Vincenzo Colla, e il Sindaco del Comune di Bologna Matteo Lepore.
Entrambe le esposizioni sono visitabili gratuitamente dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 14, escluso il martedì (giorno di chiusura del museo), e nei festivi dalle 10 alle ore 19.
Per la mostra “Artico. Viaggio interattivo al Polo Nord” le prenotazioni per scuole e gruppi possono essere fatte accedendo al link https://www.bo.cnr.it/wp_artico/. La mostra prevede numerosi eventi collaterali, animazioni e laboratori realizzati dall’Associazione LeoScienza, connessi ai temi della mostra, che permetteranno a tutti i partecipanti di fare ulteriori approfondimenti, grazie alla collaborazione tra Cnr, Museo Civico Archeologico di Bologna e INAF e al supporto del progetto Notte Europea dei Ricercatori – SOCIETY, dell’Ufficio Scolastico Regionale, dell’Università degli Studi di Bologna, della Regione Emilia-Romagna e della Città metropolitana di Bologna.
Inoltre, grazie alla collaborazione con l’Università di Bologna, anche ente patrocinatore dell’evento, gli studenti-tirocinanti di UNIBO sono stati appositamente formati e coinvolti attivamente nel ruolo di animatori scientifici della mostra.
Il personale del CNR-ISAC è stato coinvolto nell’organizzazione dell’evento e nella formazione dei tirocinanti, ha contributo al programma degli eventi collaterali e alla mostra fotografica .
Per un efficace percorso di trasferimento tecnologico e per rispondere alle sfide del cambiamento climatico che rappresentano una minaccia per il settore agricolo e per la sicurezza alimentare, l’International Foundation Big Data And Artificial Intelligence For Human Development (IFAB), in collaborazione con Confcooperative Emilia-Romagna, Legacoop Bologna, CNR-ISAC e il Dipartimento di scienze e tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna, avvia Tornatura, un progetto selezionato dal Fondo per la Repubblica Digitale – Impresa sociale e sostenuto da Google.org.
La patologia vegetale ha sviluppato strumenti per migliorare la gestione dei patogeni delle piante, i cui danni sono aggravati dagli effetti del cambiamento climatico. La maggior parte di questi strumenti può essere migliorata utilizzando l’Intelligenza Artificiale (IA).
Il progetto è stato selezionato dal Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale nell’ambito del bando “crescerAI”, sostenuto da Google.org. Attraverso “crescerAI” sono stati selezionati progetti rivolti allo sviluppo di soluzioni di Intelligenza Artificiale di tipo open source destinate alle piccole e medie imprese del Made in Italy, incluse le imprese sociali. Per maggiori informazioni www.fondorepubblicadigitale.it.
Tornatura propone una soluzione di IA per automatizzare l’analisi del rischio, allertare i gestori delle aziende agricole e le organizzazioni nazionali e contenere gli effetti delle emergenze fitosanitarie. Tramite una web app, disponibile sia in versione mobile, sia in versione desktop, sarà possibile quantificare, prevedere e ridurre gli impatti dei parassiti e delle malattie delle piante, amplificati dagli gli effetti dovuti al cambiamento climatico. Si tratta di un sistema di supporto alle decisioni per monitorare e prevenire il rischio fitosanitario e consentire una pianificazione più efficiente grazie a proiezioni stagionali e strumenti di diagnosi precoce. La soluzione, integrando dati e tarando modelli, ottimizzerà la gestione dei trattamenti e porterà alla riduzione dell’utilizzo di prodotti impattanti sulla biodiversità fino al 25 per cento. L’obiettivo è di ridurre i danni dei patogeni alla produzione ortofrutticola e alimentare, eccellenza del Made in Italy, risultando in un aumento di profitto per ettaro che potrà arrivare anche al 20 per cento.
Annalisa Cherchi, responsabile attività del progetto per CNR-ISAC, sottolinea che “il cambiamento climatico in atto ha manifestazioni evidenti anche nel nostro territorio con impatti evidenti per settori produttivi, in primis l’agricoltura. In questo progetto per noi l’ambizione è quella di ottenere delle informazioni climatiche ottimizzate alle necessità del settore agricolo utilizzando metodi di intelligenza artificiale.”
ScholarGPS costruisce i profili di oltre 30 milioni di studiosi del mondo accademico, industriale e governativo provenienti da più di 55.000 istituzioni in oltre 200 paesi, basandosi sulla qualità e quantità di citazioni che ricevono gli articoli prodotti su riviste scientifiche internazionali. La statistica considera oltre 20 milioni di pubblicazioni considerate su tutti i paesi del mondo. Le attività scientifiche vengono considerate suddividendole tra classi di campi applicativi specifici. Per ogni disciplina vengono fatte due valutazioni: su tutta la carriera e sugli ultimi cinque anni.
Marcello Miglietta è dirigente di ricerca al CNR-ISAC, focalizzando la sua attività di ricerca sullo studio degli eventi meteorologici intensi, analizzati principalmente attraverso simulazioni numeriche che considerano l’influenza del cambiamento climatico sul loro verificarsi e sulla loro gravità.
Il 14 novembre 2024, presso la sede dell’Associazione albergatori e imprese turistiche della Provincia di Trento (Asat) a Palazzo Stella a Trento, si è tenuto un convegno dal titolo “Strutture Ricettive Sostenibili: Finanziamenti e Opportunità”, un evento pensato per promuovere l’adozione di pratiche sostenibili nel settore alberghiero.
L’evento, a cura di Alessandro Bortolin e Gianluca Cadelano della sede di Padova del CNR – ISAC, Trentino Sviluppo e Asat, e promosso nell’ambito della rete EEN (Enterprise Europe Network), si è rivolto ad albergatori, progettisti e tecnici, interessati a conoscere i benefici offerti dalle transizioni energetica ed ecologica a favore delle strutture ricettive.
Nel corso dei saluti di benvenuto da parte degli organizzatori (Davide Cardella, presidente di Asat, Luca Capra, responsabile Area Network di Trentino Sviluppo e Alessandro Bortolin, ricercatore del CNR – ISAC), è stata presentata la rete EEN, con un focus specifico sul progetto Friend Europe, consorzio di istituzioni che offre servizi alle piccole medie imprese con forte orientamento a internazionalizzazione, innovazione, digitalizzazione e sostenibilità, in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige.
L’intervento di Adriana Bernardi, associato di ricerca presso il CNR-ISAC, si è focalizzato sul supporto all’innovazione per la sostenibilità degli edifici, con un occhio particolare sul contesto attuale riguardante la decarbonizzazione del settore edilizio e sulle sinergie tra ricerca e impresa per ridurre l’impatto ambientale delle costruzioni.
Carlo Battisti, presidente di Living Future Europe, ha affrontato l’impatto delle attività umane sul pianeta, suggerendo un percorso che vada oltre la sostenibilità, ma che abbracci il concetto di “rigenerazione”. Un approccio rigenerativo delle attività umane, secondo la visione di Carlo Battisti, non si limita a ridurre il danno ma crea un beneficio all’ambiente, seguendo principi di giustizia sociale e ambientale.
È seguita una tavola rotonda sulla riqualificazione energetica degli edifici alberghieri, moderata da Carlo Battisti. Hanno partecipato Christian Ferrante, ricercatore di Enea, Maurizio Fauri, professore dell’Università di Trento e Arrigo Jacobitti, proprietario dell’Eco Hotel Bonapace di Torbole sul Garda (TN). Nel corso della tavola rotonda Christian Ferrante ha presentato i risultati di un report di Enea sugli esiti delle diagnosi energetiche nel settore alberghiero, focalizzandosi sugli interventi più efficaci dal punto di vista tecnico-economico. Maurizio Fauri ha esposto le potenzialità delle comunità energetiche per il settore alberghiero. Infine, Arrigo Jacobitti ha raccontato la sua esperienza quotidiana di albergatore nel perseguire buone pratiche di sostenibilità.
Ha concluso l’evento una presentazione a cura di Apiae (Agenzia provinciale per l’incentivazione delle attività economiche della Provincia Autonoma di Trento) in cui sono state illustrati in dettaglio i meccanismi di finanziamento riservati alle aziende trentine per l’adozione di tecnologie sostenibili.
L’evento ha riscosso un’ottima partecipazione da parte di albergatori e imprese del territorio, grazie alla promozione di Asat e Trentino Sviluppo nel territorio, con la partecipazione di 60 persone.
Continua con successo il programma governativo Aviolancio, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, grazie a una serie di test fondamentali completati presso l’Houston Air and Spaceport. Il programma, coordinato dal Consiglio nazionale delle ricerche, ha visto la partecipazione della Project Manager Lucia Paciucci (CNR-IIA), e responsabile tecnico del Programma Pantaleone Carlucci (CNR-ISAC), insieme a partner industriali di rilievo, confermando l’importanza strategica dell’iniziativa nel contesto della ricerca spaziale italiana.
Il successo di questi test segna un passo fondamentale per il programma Aviolancio, un’iniziativa che punta a sviluppare una piattaforma nazionale di accesso allo spazio, capace di consolidare il ruolo dell’Italia nella ricerca e nelle applicazioni aerospaziali avanzate.
Grazie al supporto del test pilot Todd Ericson della FTR Enterprises, che nel programma ha il compito di operare i velivoli ed eseguire l’integrazione del sounding rocket con il velivolo, sono stati completati quattro test in totale: due taxi test il 31 ottobre e due voli della durata di circa un’ora ciascuno il 6 novembre. I taxi test iniziali includevano il movimento del velivolo lungo il Taxiway H e una corsa ad alta velocità sulla pista Runway 17R, per verificare la stabilità della connessione Starlink durante il movimento e simulare le condizioni di un decollo.
I voli di prova, successivamente, hanno permesso di validare diversi aspetti cruciali per il successo della missione. Durante il primo volo, sono stati eseguiti test di manovrabilità del velivolo e simulato il profilo di missione previsto per il rilascio del Sounding Rocket, un razzo suborbitale sviluppato con tecnologie all’avanguardia. Per tutta la durata del volo, il software di trasmissione dati, sviluppato dal CNR, ha monitorato e tenuto sotto controllo oltre 50 parametri critici del “dummy” a bordo, garantendo la trasmissione costante dei dati al sistema di monitoraggio a terra. Questo primo volo ha permesso, inoltre, di avvicinarsi alle procedure di sicurezza che verranno adottate durante il volo finale, in cui si prevede il rilascio del vettore.
Tra il primo e il secondo volo, il team ha effettuato verifiche a terra, assicurandosi che tutti i parametri raccolti fossero visualizzati e salvati correttamente, dimostrando la robustezza del sistema e la sua capacità di gestire un’ampia quantità di dati in tempo reale. Il test pilot ha confermato la possibilità di replicare con precisione le manovre di rilascio a quote progressivamente maggiori, fino a raggiungere l’altitudine prevista per il volo finale.
Nel secondo volo, sono state eseguite con successo quattro simulazioni di rilascio del Sounding Rocket, superando ogni aspettativa in termini di affidabilità e precisione. Questo risultato ha confermato la solidità del sistema di acquisizione e trasmissione dati, che ha operato impeccabilmente anche in condizioni dinamiche.
I dati raccolti sono stati monitorati in tempo quasi reale tramite il ground segment progettato dal CNR con un software che decodificava i dati e plottava in tempo reale integrato in un simulatore di volo che visualizzava il dummy in condizione di ambiente simulato 3d, permettendo un’analisi dettagliata e immediata della performance del sistema. I partner del programma, tra cui T4i di Padova, impegnata nello sviluppo di un innovativo motore per il Sounding Rocket, e GMV, responsabile della progettazione dell’avionica, hanno seguito con entusiasmo i test, sottolineando la prontezza tecnologica e operativa del sistema per le future fasi del programma.
Uno studio appena pubblicato sulla rivista Atmospheric Measurement Techniquesdescrive la rete consortile italiana di sistemi automatici lidar-ceilometer (ALICENET), sia nella sua componente infrastrutturale che nella sua capacità di ricavarne prodotti originali a valore aggiunto per il monitoraggio del particolato atmosferico, con applicazioni che spaziano dal supporto a valutazioni di qualità dell’aria a studi di impatto di queste particelle su radiazione e clima.
ALICENET (Automated Lidar-Ceilometer Network), avviata e coordinata dal CNR-ISAC nel 2015 e in progressiva espansione, conta oggi oltre venti stazioni distribuite su tutto il territorio nazionale grazie alla collaborazione tra il CNR-ISAC e diverse agenzie per la protezione dell’ambiente, università, istituti di ricerca e compagnie private.
<em>La mappa della rete ALICENET che mostra la distribuzione capillare delle sue stazioni di monitoraggio e le istituzioni che collaborano ad essa (sinistra) e alcuni esempi di prodotti (a destra) generati dagli algoritmi di processamento dati originali sviluppati dalla rete (l’esempio si riferisce al sito di Roma Tor Vergata nel periodo 4-13 luglio 2017). Tra i prodotti visualizzati vi sono (dall’alto in basso): il profilo di estinzione (a 1.064 nm) da terra fino a 7 km di quota e l’associato spessore ottico dell’aerosol (AOD), una maschera degli strati riconosciuti automaticamente, e la concentrazione stimata di PM.</em>
ALICENET permette di monitorare ad alta risoluzione e in tempo quasi reale il carico di particolato in condizioni atmosferiche anche molto diverse lungo la penisola, dagli ambienti urbani di alcune grandi città, alle coste e ad aree montane e vulcaniche. Essa consente per esempio di individuare e seguire eventi di trasporto transregionale o transfrontaliero di particolato da inquinamento o di origine naturale (sabbie desertiche, ceneri da incendi o da emissioni vulcaniche). La rete contribuisce a diverse iniziative a scala europea, tra le quali il programma E-PROFILE dell’EUMETNET, il progetto EC-H2020 RIURBANS e il CAMS-NCP dell’ECMWF.
Lo studio pubblicato su AMT, frutto di una stretta collaborazione tra CNR-ISAC, Arpa Valle d’Aosta e Università “La Sapienza”, e più in generale le attività di ALICENET evidenziano quanto sia importante la sinergia tra istituzioni di ricerca e agenzie ambientali per sviluppare metodologie innovative a supporto del monitoraggio atmosferico e della ricerca di settore.
Nell’ambito delle attività condotte dall’Infrastruttura di ricerca ICOS (Integrated Carbon Observation System) e nei progetti nazionali ITINERIS (Italian Integrated Environmental Research Infrastructures System) e CIR01_00019 – PRO-ICOS_MED (Potenziamento della rete di osservazione ICOS-Italia nel Mediterraneo – Rafforzamento del Capitale Umano), è stato pubblicato uno studio che dimostra come analisi integrate presso siti di misura atmosferici possano rappresentare un approccio efficace per valutare l’impatto degli incendi di vegetazione sulla variabilità della CO2.
La ricerca, che ha riguardato il periodo 2015 – 2021 e ha utilizzato le osservazioni condotte presso il sito ICOS di monte Cimone, ha cercato di valutare in modo sistematico l’impatto sulla CO2 atmosferica delle emissioni da incendi di vegetazione avvenute sul continente Europeo. Ciò analizzando in modo integrato le osservazioni di monossido di carbonio (CO) condotte a monte Cimone, la rilevazione di incendi da satellite, i risultati di modelli di circolazione dell’atmosfera e dati forniti dal programma Copernicus (CAMS).
Lo studio dell’origine delle masse d’aria influenzate dagli incendi ha mostrato che nel periodo da ottobre ad aprile, la maggior parte degli eventi rilevati a Monte Cimone sono ascrivibili ad incendi che avvengono nell’Europa orientale, mentre da maggio a settembre sono gli incendi nella regione Mediterranea a dominare.
E’ interessante notare che nel periodo ottobre – aprile, in concomitanza con gli eventi rilevati, si nota un aumento consistente delle concentrazioni osservate di CO2. Questo segnale è molto meno evidente nel periodo maggio – settembre. Benché ulteriori approfondimenti siano ancora necessari, un’ipotesi avanzata è che la capacità degli ecosistemi vegetali di rappresentare un “sink” per la CO2 atmosferica possa compensare, durante il trasporto verso il sito di misura, l’emissione degli incendi.
Nelle aree urbane l’inquinamento indoor ha lo stesso impatto sulla salute al pari dell’inquinamento esterno con possibili ripercussioni in termini di malattie polmonari, cardiache e tumorali.
È questo uno dei principali risultati evidenziati in uno studio condotto da Enea e dal CNR-ISAC, in collaborazione con le università Sapienza di Roma e Milano-Bicocca, nell’ambito del progetto VIEPI (Valutazione Integrata dell’Esposizione al Particolato Indoor), finanziato da Inail e pubblicato sulla rivista Environmental Pollution.
Dalla ricerca emerge che se il particolato fine (PM2.5) e ultrafine (PM0.1) generato dal traffico veicolare urbano si infiltra in un ambiente interno, può attivare la risposta del tessuto bronchiale umano attraverso specifici geni legati all’infiammazione e a un particolare meccanismo biochimico (metabolismo degli xenobiotici) che permette al nostro organismo, come azione protettiva, di riconoscere, trasformare ed eliminare le sostanze estranee.
Tramite un innovativo sistema biotecnologico portatile messo a punto per la prima volta al mondo dai ricercatori coinvolti, lo studio ha esaminato in particolare la risposta tossicologica delle cellule del tessuto polmonare umano esposte alle nanoparticelle dell’aerosol atmosferico (PM2.5, PM0.1) all’interno di un’aula dell’Università Sapienza di Roma. La campagna ha previsto misurazioni nell’arco delle ventiquattro ore, incluse le ore di lezione.
“La ricerca ha rivelato che le caratteristiche chimico-fisiche dell’aerosol atmosferico dell’ambiente esterno, influenzato soprattutto dal traffico veicolare urbano e delle variabili meteorologiche esterne (bassa pressione, piogge e vento), sono significativamente alterate infiltrandosi in ambiente indoor, aumentando così il potenziale tossicologico del PM2.5 e del PM0.1. A ciò bisogna aggiungere la presenza degli studenti in aula, che contribuiscono alla variazione di biomassa all’interno, e dei sistemi di trattamento dell’aria interna”, spiegano Massimo Santoro (Enea) e Francesca Costabile (CNR-ISAC), primi autori del lavoro, al quale hanno contribuito, tra gli altri, anche Maria Giuseppa Grollino e Barbara Benassi della divisione Enea di Biotecnologie, Maurizio Gualtieri (Milano Bicocca), Matteo Rinaldi (CNR-ISAC), Paolo Monti (Sapienza Università di Roma), Armando Pelliccioni e Monica Gherardi (Inail).
“Questi risultati rappresentano una base importante per fornire un solido supporto scientifico alle politiche di adeguamento delle normative sulla qualità dell’aria in ambiente indoor – che comprende anche altri contesti come uffici, abitazioni e luoghi di sport e svago – evidenziando il ruolo critico delle particelle fini e ultrafini come vettori di molecole tossiche per la salute umana”, sottolinea Massimo Santoro della divisione Enea di Biotecnologie.
“La nostra ricerca suggerisce, inoltre, come le condizioni meteorologiche, climatiche e la qualità dell’aria esterne abbiano un significativo impatto sulle proprietà del PM2.5 e del PM0.1 in ambiente ‘indoor’”, prosegue Francesca Costabile.
In media la popolazione dei centri urbani trascorre fino al 97% del tempo in ambienti chiusi (si veda: Inquinamento dell’aria indoor (salute.gov.it). Le principali fonti di inquinamento dell’aria indoor nelle nostre città includono l’infiltrazione di aria dall’esterno (traffico veicolare e riscaldamento) e le sorgenti interne (fumo di tabacco, prodotti per la pulizia, cottura di cibi).
“Il quesito scientifico che ci ha guidati in questo esperimento è stato proprio quello di comprendere se fossero le sorgenti esterne o interne ad influire maggiormente sulla tossicità negli ambienti indoor. È emerso che il PM0.1 generato dal traffico veicolare urbano, infiltrandosi nelle aule, in particolari condizioni atmosferiche (quali bassa pressione, pioggia, vento),subisce una modifica importante delle sue proprietà fisico-chimiche, diventando la sorgente tossicologicamente più rilevante negli ambienti indoor delle nostre città. Questo accade soprattutto a concentrazioni molto basse (inferiori a 5 µg m-3) di PM2.5. Questi risultati forniscono evidenze scientifiche importanti per i futuri standard di qualità dell’aria indoor, ma anche per la revisione degli standard di qualità dell’aria outdoor indicando possibili effetti sulla salute umana in associazione ad esposizioni a basse concentrazioni di PM2.5, una condizione in cui le nanoparticelle del PM0.1 possono fungere da cavallo di Troia per molecole tossiche all’interno del corpo umano”, conclude Costabile.
Nel mese di settembre è stata pubblicata la settima versione della classifica World’s Top 2% Scientists, il database pubblico delle scienziate e degli scienziati più citati al mondo.
Nello studio della Stanford University che analizza la quantità, la qualità e la diffusione delle pubblicazioni, i dati sono presentati separatamente per l’intero arco della carriera e per il singolo anno recente. Ricercatrici e ricercatori sono classificati in 22 campi scientifici e 174 sottocampi secondo la classificazione Science-Metrix. La selezione si basa sui primi 100.000 scienziati per c-score (con e senza autocitazioni) o su un percentile pari o superiore al 2% nel sottocampo.
Torna il 27 settembre la Notte europea dei ricercatori, l’evento che celebra la scienza e soprattutto i suoi protagonisti.
Il CNR-ISAC parteciperà anche quest’anno alla Notte con ricercatori e ricercatrici delle sedi di Bologna, Roma, Lecce, Lamezia Terme e Padova proponendo conferenze, webinar, giochi ed esperimenti.
Bologna
Progetto “SOCIETY reAGIAMO”, coordinato dal CNR (Paola De Nuntiis), con il coinvolgimento di tutta l’Area territoriale di ricerca di Bologna. Evento associato all’iniziativa MSCA e Cittadini dell’Unione europea, nel quadro delle azioni Marie Skłodowska Curie (codice identificativo: HORIZON-MSCA-2023-CITIZENS-01), sostenuto nel 2024 dagli enti partner del consorzio SOCIETY.
Per questa edizione la Notte si svolge in due luoghi diversi della città: la zona centrale universitaria di Bologna e il Distretto Navile, luogo simbolo della ricerca con la presenza dell’Area territoriale di Ricerca del CNR (dove sono ospitati la maggior parte degli eventi) e il distretto universitario.
Il 27 settembre dalle 17:30 alle 24:00, dopo il taglio del nastro alla presenza delle autorità, presso l’Area territoriale di ricerca del CNR di Bologna, i partner del progetto (CNR, CINECA, INAF, INFN, INGV, UNIBO) e gli Amici della notte propongono una cinquantina di iniziative:
– Meteorologia e clima, che fenomeni
Il percorso didattico proposto dal CNR-ISAC conduce i partecipanti di tutte le età, attraverso semplici esperimenti, alla scoperta dei tanti fenomeni atmosferici che caratterizzano la Meteorologia e il Clima della Terra. Partecipano i ricercatori e gli assegnisti della sede di Bologna (atrio).
– Agenda 2030 delle bambine e dei bambini
Dopo il successo delle edizioni precedenti, le alunne e gli alunni delle scuole aderenti al Progetto finanziato dalla Città metropolitana di Bologna salgono nuovamente “in cattedra” per presentare i prodotti realizzati grazie all’attività svolta con i docenti e le ricercatrici e ricercatori CNR (coordinati da P. De Nuntiis), INAF e Donne & Scienza (D&S). Il progetto dedicato alle scuole primarie, guidato da IC6, Dirigente T. Cucciniello e coordinato da E. Bianchi, è realizzato in collaborazione con Ufficio scolastico regionale Emilia-Romagna Ambito territoriale di Bologna. Ad animare le presentazioni avremo Radioimmaginaria la radio degli adolescenti. L’incontro rientra tra le “anteprime” del Festival della Cultura tecnica 2024 “Verso una tecnologia partecipata”, che avrà inizio il 22 ottobre.
Le scuole aderenti al progetto presentano i lavori realizzati grazie agli interventi nell’a.s.2023/24 dei ricercatori CNR/INAF
Sala 216 – D.D. ZOLA PREDOSA | H 21:00-21:30
“A caccia di smog”gli alunni della classe 3^A presentano il loro elaborato utilizzando un plastico. S.Cevolani, A.M.Manfredini (3A, Bertolini)
“IO CANTO…per proteggere il patrimonio culturale” Viene utilizzato il testo di una famosa canzone per sensibilizzare bambini e adulti sulla salvaguardia del nostro prezioso patrimonio culturale. C.Guidi, M.C.Cenni, M.Mattioli, L.Lepre (4B, Bertolini)
Il CNR-ISAC partecipa al progetto “SUPERSCIENCEME ” coordinato dall’Università della Calabria con l’evento:
– “Cambiamenti Climatici: un osservatorio per clima e i suoi cambiamenti”
Verrà illustrata la dotazione strumentale dell’Osservatorio climatico ambientale del CNR-ISAC di Lamezia Terme. Esporremo quali parametri vengono misurati e perché influenzano lo stato del clima. Attività in tempo reale di misura della qualità dell’aria, caratterizzazioni meteoclimatiche e interpretazione dei dati. Parallelismo delle attività di misura svolte in altri siti di rilevamento e come l’alterazione dei parametri meteoclimatici impattano su clima, ambiente, salute e rischi sul territorio. Partecipano alla Notte in UNICAL i ricercatori e gli assegnisti della sede di Lamezia Terme
Il CNR-ISAC partecipa al progetto “Ern Apulia Med 2024″, coordinato dall’Università del Salento con i seguenti eventi presso l’Ex Monastero degli Olivetani (Viale S. Nicola Lecce):
– “Caratterizzazione della composizione dell’atmosfera per applicazioni di qualità dell’aria e studio del clima” (27 settembre dalle 19 alle 24)
Presentazione di posters, video, e misure real-time di composizione dell’atmosfera. Con: Antonio Pennetta, Serena Potì, Giuseppe Deluca, Adelaide Dinoi, Ermelinda Bloise, Daniela Cesari, Florin Unga, Daniele Contini (CNR-ISAC)
Verranno illustrati alcuni studi nell’ambito delle progettualità scientifiche dei progetti ITINERIS (PNRR) e TOX-IN-AIR (PRIN2022-PNRR) e le facilities osservative del CNR-ISAC a Lecce per gli studi di composizione dell’atmosfera mirati agli aspetti di qualità dell’aria, effetti tossicologici del particolato atmosferico e sue proprietà ottiche che influenzano il bilancio radiativo ed il clima del pianeta. Le facilities, fisse e mobili, sono parte di network di ricerca internazionali: ACTRIS e GAW-WMO. Saranno mostrati anche video di campagne di misura e dati real-time.
– “Progetto DROMEDAR – Drought and Aridity in the Mediterranean and ecological impacts. Siccità ed Aridificazione nel Mediterraneo ed impatti sui sistemi ecologici”
Contributo poster di Roberta D’agostino (CNR-ISAC)
Il progetto DROMEDAR si concentra sulle siccità prolungate nel Mediterraneo e sul loro impatto sull’ambiente e sugli ecosistemi terrestri. L’obiettivo è identificare i meccanismi fisici su larga scala responsabili di eventi al di là della variabilità interna del sistema climatico, al fine di migliorare la conoscenza sulla cui evoluzione nei prossimi decenni. Le proiezioni climatiche indicano che la siccità nel Mediterraneo diventerà più intensa, anche se, così come accade per altri tipi di eventi estremi, c’è meno accordo sui cambiamenti nella loro frequenza. DROMEDAR analizza i cambiamenti nei parametri statistici delle siccità meteorologiche nel XX secolo e nei futuri scenari di riscaldamento globale, in base a diversi scenari di emissione e i meccanismi che ne determinano l’insorgenza, attraverso tecniche innovative di machine learning. Il progetto esplora inoltre i segnali di allarme precoce per i potenziali cambiamenti irreversibili negli ecosistemi terrestri, con l’obiettivo di informare sulla tempistica delle necessarie strategie di adattamento per la protezione dell’ambiente. Un particolare focus verrà fatto sulla Puglia, il cui ambiente è sarà sempre più arido in futuro. Nature based solutions per il controllo dell’umidità del suolo e irrigazione della vegetazione (anche per ridurre il rischio di incendi) verranno proposte per mitigare da un lato e per adattarsi agli imminenti cambiamenti in atto.
– “Megaclasti e tempeste meteomarine sulle coste rocciose del Salento”.
Contributo poster di Marco delle Rose e Paolo Martano (CNR-ISAC)
Il poster descrive brevemente la scoperta di uno spostamento di oltre 100 megaclasti sulle coste salentine (il più numeroso registrato nel Mediterraneo) e la sua attribuzione, tramite osservazioni web e in situ e semplici modelli fisico-matematici, alla tempesta Detlef del Novembre 2019. Si aggiunge qualche considerazione didattica sul processo di formazione delle onde marine, e su come questo sia stato scoperto in tempi relativamete recenti, osservando come spesso passi in secondo piano lo studio di fatti che, osservati quotidianamente, si danno quasi per scontati o di poco interesse.
– “La qualità dell’aria indoor nelle scuole al centro del Progetto MISSION: Monitoraggio abbattImento riSchi Sanitari InquinamentO iNdoor”
Contributo poster e tavolo espositivo con P. Ielpo, C. Mangia, I. Ammoscato (CNR-ISAC)
Saranno illustrate le attività e gli obiettivi del progetto MISSION (PNC-E.1). Si tratta di uno studio osservazionale longitudinale su un campione della popolazione scolastica (scuola primaria) investigato attraverso un monitoraggio ambientale (CO, CO2, COV, formaldeide, ozono, NOx, PM2.5, PM 5 , PM10, radon), biologico (carica batterica mesofila, psicrofila e miceti) e sanitario (questionari e valutazioni cliniche e funzionali – spirometria e FeNO test) al basale e al follow-up. Nello studio sono coinvolte cinque regioni (Lombardia, Toscana, Marche, Puglia, Sicilia) ed in ogni regione sono oggetto di studio 24 classi, per un totale di 120 classi. Il progetto MISSION ha come obiettivo generale la promozione di una rete tecnico-scientifica nazionale al fine di implementare nel lungo termine misure di miglioramento della qualità dell’aria nelle scuole e di riduzione dei rischi sanitari della popolazione scolastica associati all’inquinamento chimico, fisico e biologico dell’aria indoor integrate con il miglioramento della efficienza energetica degli edifici.
– “Communication of research on the environment, climate and health through the biographies of ‘visionary women scientists’”
Contributo poster con C. Mangia (CNR-ISAC) e S. Presto (CNR-ICMATE)
La complessità della crisi climatica e ambientale mostra l’urgenza di adottare nuovi approcci sia nell’indagine scientifica che nella comunicazione della scienza. Le biografie scientifiche rappresentano uno strumento efficace non solo per evidenziare le pratiche della ricerca scientifica, ma anche per accrescere la consapevolezza dell’importanza di affrontare le sfide attuali con prontezza. Questo contributo illustra il progetto di comunicazione teatrale “Scienziate visionarie”, nato dalla collaborazione tra ricercatrici del CNR e l’Associazione Donne e Scienza. Il progetto si focalizza sulla narrazione di biografie, a teatro e in un libro, approfondendo il percorso scientifico delle protagoniste, dall’identificazione delle domande di ricerca alle metodologie impiegate, fino alla comunicazione delle ricadute socio-ambientali dei risultati ottenuti.
Il CNR-ISAC partecipa al progetto “SCIENCE4ALL” (organizzato dall’Università di Padova al di fuori dal contesto dei progetti europei MSCA) con l’evento – “Comfort termico e qualità dell’aria negli edifici lavorativi e scolastici”
con Gianluca Cadelano e Alessandro Bortolin (CNR-ISAC)
Le persone trascorrono gran parte del tempo della giornata all’interno di ambienti come uffici, edifici produttivi, ma anche aule scolastiche. La qualità dell’ambiente costruito e l’elevato tasso di occupazione hanno un forte impatto su salute, benessere e produttività: in particolare, la qualità dell’aria interna e il comfort termo-igrometrico sono temi di primaria importanza. La conoscenza dei fattori che li determinano è la chiave per operare le misure necessarie ad assicurare spazi lavorativi salubri e idonei agli occupanti. Durante l’incontro ricercatrici e ricercatori del CNR-ISAC di Padova dialogano con il pubblico al fine di sensibilizzare sull’importanza della qualità dell’ambiente indoor, anche attraverso una dimostrazione pratica che consiste nel monitoraggio e nell’analisi guidata delle condizioni dell’aria all’interno del locale che ospita il talk.
L’evento si tiene sabato 28 settembre dalle 10:45 alle 11:30 presso la Sala Bianca del Caffè Pedrocchi, via VIII Febbraio 15 Padova.
Il CNR-ISAC partecipa alla “Notte da scienziati” presso l’Area territoriale di ricerca del CNR di Tor Vergata (via Fosso del Cavaliere 100 Roma) con l’evento: – “Passeggiata nel laboratorio esterno dell’Istituto di Scienze di Atmosfera e del Clima alla scoperta degli strumenti per la misura dei fenomeni atmosferici dalla piccola goccia ai potenti fulmini”
l’evento si svolge il 27 settembre dalle 17:30 alle 20:30 a Roma presso il Campo sperimentale CIRAS. Percorsi nell’aria è una passeggiata nell’Osservatorio atmosferico CIRAS del Cnr-Isac articolata in due momenti che collegano le attività prettamente di ricerca alle esperienze dirette del quotidiano: le osservazioni a grande scala per lo studio e il monitoraggio dell’atmosfera e del clima, e quelle a piccola scala che influenzano la vita dei cittadini ogni giorno. I ricercatori mostreranno al pubblico gli strumenti con cui svolgono le loro attività e illustreranno alcuni aspetti rilevanti dedicati allo studio dell’atmosfera. Concluderà la passeggiata un esperimento che permetterà l’interazione attiva dei visitatori con gli strumenti utilizzati dai ricercatori per la misura della precipitazione.
Consigliato età: Da 6-8 anni in su.
Con Elisa Adirosi e personale del CNR-ISAC
Campo sperimentale CIRAS
Dario Camuffo del CNR-ISAC di Padova è stato segnalato da ScholarGPS al primo posto nella graduatoria mondiale per il numero e la qualità di citazioni degli articoli scientifici sui beni culturali durante la carriera. Le ricerche di Camuffo sono finalizzate allo studio dei cambiamenti climatici e alla conservazione del patrimonio culturale: due fattori etici e sociali critici per il presente e il futuro, specie in Italia.
ScholarGPS® costruisce i profili di oltre 30 milioni di studiosi del mondo accademico, industriale e governativo provenienti da più di 55.000 istituzioni in oltre 200 paesi, basandosi sulla qualità e quantità di citazioni che ricevono gli articoli prodotti su riviste scientifiche internazionali. La statistica considera oltre 20 milioni di pubblicazioni considerate su tutti i paesi del mondo. Le attività scientifiche vengono considerate suddividendole tra classi di campi applicativi specifici.Per ogni disciplina vengono fatte due valutazioni: su tutta la carriera e sugli ultimi 5 anni. L’ultimo anno elaborato è il 2022.
Dario Camuffo, già dirigente di ricerca, è entrato in quiescenza nel 2008, e continua come associato senior. È attivo nella normativa UNI e in quella europea sui Beni Culturali, in campo didattico, e nell’editorial board di riviste scientifiche. Si occupa di cambiamenti climatici, microclima e conservazione dei beni culturali. Ha coordinato vari progetti di ricerca internazionali ed è stato inviato dall’UNESCO per la salvaguardia di monumenti a rischio. È stato chiamato a studiare i problemi per la conservazione di Giotto a Padova, il Cenacolo a Milano, la Cappella Sistina in Vaticano, gli Uffizi, il Louvre e l’Orangerie a Parigi, il Sainsbury Centre for Visual Arts a Norwich, UK, i Musei di Vienna e Anversa, la Torre di Pisa, l’Ara Pacis e le Colonne Traiana e Aureliana a Roma, la Sfinge e le Piramidi in Egitto, i monumenti Bulgari e molti altri. Particolare oggetto di studio è Venezia e il rischio a seguito della crescita del livello del mare: combinando arte e scienza è riuscito a ricostruirne la crescita dal 1700 analizzando lo spostamento del livello delle alghe da come appaiono nei quadri del Canaletto, e inoltre dal 1350 misurando (con il Nucleo Sub della Polizia di Stato) quanto le scale dei palazzi sul Canal Grande si trovano oggi sommerse (circa 130 cm su 6,5 secoli).
La tempesta Boris, che la scorsa settimana ha ucciso almeno 24 persone nell’Europa centrale e orientale, investe il Nord Italia. In Emilia-Romagna le abbondanti piogge stanno provocando gravi inondazioni, smottamenti, e danni ingenti nella regione che poco più di un anno fa, a maggio 2023, è stata duramente colpita. Il fenomeno è stato previsto molto bene dai modelli numerici e ciò ha permesso alle autorità competenti di diramare un’allerta rossa, di chiudere scuole e uffici, e di evacuare migliaia di persone evitando le conseguenze più gravi.
Si tratta di un vasto sistema ciclonico, che si è spostato dall’Europa nord-orientale alla nostra Penisola con un vortice depressionario persistente e a evoluzione molto lenta associato ad abbondanti precipitazioni, anche di forte intensità, che persistono da oltre 48 ore nelle stesse zone. Il contrasto tra valori estremamente elevati di pressione sulla Scandinavia e la bassa pressione sul Mediterraneo meridionale ha determinato un gradiente di pressione responsabile di intensi flussi orientali negli strati più bassi dell’atmosfera che hanno impattato il versante orientale dell’Appennino centro-settentrionale.
L’amplificazione del processo di evaporazione, a causa delle elevate temperature del Mar Adriatico, ha ulteriormente alimentato il sistema, immettendo in atmosfera ingenti quantità di vapore acqueo trasportate dal Mediterraneo meridionale verso l’Adriatico, favorendo l’instabilità e aumentando l’energia disponibile. Pertanto, alla precipitazione di tipo orografico legata al sollevamento di masse d’aria umide sull’orografia si è aggiunta nella parte sud-orientale dell’Emilia-Romagna una componente convettiva, associata cioè allo sviluppo di temporali.
Le immagini satellitari mostrano chiaramente la persistenza del sistema ciclonico, le nubi precipitanti spiraleggianti intorno al minimo di pressione con la formazione di celle temporalesche di forte intensità che si susseguono spostandosi dal mare verso l’entroterra, insistendo sulle stesse zone, dove l’orografia complessa contribuisce all’ulteriore intensificazione della precipitazione, con devastanti impatti sul territorio.
<em>Mappa modello MOLOCH in cui è possibile notare la quantità di pioggia accumulata in 12 ore, dalle 14:00 del 18 settembre alle 02:00 del 19. Massimi superiori a 150 mm tra le Marche e la parte meridionale dell’Emilia-Romagna.</em>
I prodotti satellitari di precipitazione sviluppati con il contributo del CNR-ISAC nell’ambito del Satellite Application Facility for Operational Hydrology and Water Management (H-SAF) aiutano a monitorare questo tipo di eventi. Il prodotto H-SAF mostrato, disponibile su EUMETView, mostra la stima del tasso di precipitazione a terra (mm/h) in tempo reale, ogni 15 minuti. Esso è ottenuto grazie a complessi algoritmi di inversione, anche basati su tecniche di apprendimento automatico (machine learning), combinando le stime di precipitazione da radiometri alle microonde a bordo di diversi satelliti ad orbita bassa (LEO) con le immagini all’infrarosso dal satellite geostazionario (GEO) Meteosat Second (e prossimamente Third) Generation.
Le immagini della nuova missione satellitare Arctic Weather Satellite (AWS) dell’European Space Agency (ESA) mostrano inoltre la distribuzione verticale del vapor d’acqua acquisito dai canali nelle microonde alle frequenze 183 GHz e 325 GHz, sensibili alla distribuzione del vapore dalla superficie fino all’alta atmosfera. Le immagini si riferiscono alla fase iniziale del ciclone (14 settembre) quando ha colpito l’Europa centro-orientale (Polonia, Slovacchia, Ungheria).
<em>Credit: ESA</em>
Osservando l’animazione nei canali dalla superficie alla media ( da 1 km a 6 km), si notano chiaramente le bande di pioggia (aree blu) e i bracci della spirale della ciclogenesi (aree più chiare). Nel canale più in alto (7 km) si notano quelle due regioni marroni che rappresentano zone più secche dell’atmosfera, tipicamente attributi al getto. Da una prima analisi interpretativa, dunque, si può concludere che il sistema ciclonico era confinato nei primi strati dell’atmosfera e che le piogge, per quanto intense e persistenti, non sono state originate da nubi convettive profonde, a cui sono attribuibili scrosci più intensi, meno persistenti e più localizzati.
Oggi, 16 settembre, ricorre la Giornata internazionale per la preservazione dello strato di ozono (World Ozone Day), un’occasione per ricordare l’anniversario della firma del Protocollo di Montreal, avvenuta il 16 settembre 1987, il trattato volto a ridurre la produzione e l’uso di sostanze che minacciano lo strato di ozono.
L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Cnr-Isac) e l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo contribuiscono attivamente alla ricerca internazionale sui composti dannosi per l’ozono attraverso un programma di misure pluridecennale condotto nell’ambito del programma AGAGE (Advanced Global Atmospheric Gases Experiment) presso l’Osservatorio di Monte Cimone “O. Vittori” (2.165 m) nell’Appennino Modenese, a sud della Pianura Padana, ospitato presso la base operativa del Centro Aeronautica Militare di montagna (CAMM), e di cui sono responsabili Paolo Cristofanelli e Angela Marinoni del Cnr-Isac. Le attività di misura sono condotte in stretta collaborazione con i principali centri di ricerca e network di misura internazionali per garantire il massimo della qualità, in termini di precisione e accuratezza delle osservazioni.
Le misure dell’Osservatorio mettono in luce l’effettiva entrata a regime delle prescrizioni del Protocollo di Montreal sulla produzione, utilizzo e commercio dei composti dannosi per l’ozono, prima fra tutti i CFC (clorofluorocarburi). I dati mostrano infatti che le concentrazioni di fondo per questi composti stanno diminuendo, più o meno velocemente a seconda del loro tempo di permanenza in atmosfera, e che le emissioni locali sono pressoché assenti. Il programma di monitoraggio in un sito strategico come quello di Monte Cimone, unica stazione globale nel bacino del Mediterraneo del programma GAW (Global Atmosphere Watch) dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), si è dimostrato uno strumento indispensabile per verificare la riuscita delle politiche di riduzione.
Inoltre, a questo argomento è stato dedicato uno dei nuovi pannelli divulgativi del “Sentiero dell’Atmosfera” sul Monte Cimone, il percorso didattico-ambientale pensato per avvicinare gli studenti e i cittadini alla ricerca e alla scienza, che proprio quest’anno ha celebrato i suoi vent’anni. In allegato un approfondimento sull’attività di ricerca scientifica svolta presso l’Osservatorio di Monte Cimone, mentre l’immagine è riferita al pannello divulgativo dedicato del “Sentiero dell’Atmosfera”, recentemente aggiornato.
Il futuro delle scienze e delle tecnologie quantistiche trova a Bologna un nuovo punto di riferimento a livello nazionale ed europeo. È la Bologna Quantum Alliance (BOQA): un’intesa che riunisce Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, Consorzio Interuniversitario CINECA, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).
Siglato alla vigilia del G7 Scienza e Tecnologia, ospitato al Tecnopolo di Bologna, l’accordo mette a sistema le tante competenze distribuite sul territorio nazionale legate a temi d’avanguardia della scienza quantistica, dalla ricerca fondamentale alle applicazioni scientifiche e industriali.
In questo modo, grazie al ruolo di coordinamento svolto dall’Alma Mater, la Bologna Quantum Alliance potrà dare un forte impulso allo sviluppo dell’intera filiera quantistica, promovendo ambiti strategici come quello dei computer quantistici, delle comunicazioni quantistiche sicure e della sensoristica quantistica di precisione. Un nuovo fondamentale tassello che va ad arricchire l’ecosistema dell’innovazione bolognese e dell’Emilia-Romagna.
Temi centrali per lo sviluppo tecnologico e sociale come quelli dei Big Data, del supercalcolo e dell’Intelligenza Artificiale potranno così fondersi insieme alle enormi potenzialità delle scienze quantistiche, con applicazioni possibili in molteplici campi tra cui la salute, la climatologia, le scienze della terra e l’innovazione industriale.
Con la Bologna Quantum Alliance nasceranno progetti congiunti, attività comuni per favorire l’innovazione sul fronte della ricerca fondamentale e applicata, e collaborazioni con le aziende, anche mirate al trasferimento tecnologico.
Senza dimenticare il campo, altrettanto centrale, della formazione: saranno messi a punto percorsi di formazione sulle scienze quantistiche per studentesse e studenti, per la qualificazione di ricercatrici e ricercatori e per l’aggiornamento delle figure professionali. E ci saranno anche attività di comunicazione e di divulgazione sul mondo delle tecnologie quantistiche a livello locale e nazionale.
A partire dalle numerose iniziative su queste tematiche già avviate dai partner fondatori, la Bologna Quantum Alliance punterà ad ampliare ulteriormente il suo raggio d’azione, coinvolgendo altre realtà presenti in Emilia-Romagna, in Italia e in altri paesi europei. L’orizzonte è infatti quello tracciato dalla “European Declaration on Quantum Technologies”, con l’obiettivo di contribuire a rendere l’Europa una regione leader a livello globale nell’ambito delle scienze e tecnologie quantistiche.
Il 7 e 8 giugno si sono celebrati i vent’anni del Sentiero dell’Atmosfera, itinerario didattico-ambientale che permette di scoprire atmosfera e clima in cambiamento, risalendo le pendici del monte Cimone nel Parco del Frignano sull’Alto Appennino Modenese fino all’Osservatorio climatico “O. Vittori” del CNR-ISAC e alla Stazione meteorologica del Centro Aeronautica Militare di Montagna (CAMM). La data scelta per questo importante anniversario non è casuale, in quanto segue la Giornata Mondiale dell’Ambiente, stabilita nel 1972 dall’ONU e celebrata per la prima volta il 5 giugno del 1974.
Il 7 giugno, si è tenuta nella suggestiva cornice della Rocca di Sestola (MO) la Conferenza“Il Sentiero dell’Atmosfera: tra scienza, conoscenza e turismo”. L’evento ha visto la partecipazione di autorità regionali, provinciali e comunali, prevedendo una parte divulgativa su scienza, formazione e turismo in montagna, e una sessione riguardante le attività di ricerca scientifica condotte sul Monte Cimone dal CNR, dall’Università di Urbino e dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare. Grazie agli interventi dei vari relatori, è stato possibile tracciare la storia di questa iniziativa che ha coniugato saldamente scienza e società rimanendo in ambito nazionale ancora un unicum, nonostante i 20 anni di esperienza.
<em>(credit: meteoam.it)</em>
I numerosi saluti iniziali hanno mostrato la vicinanza delle istituzioni non solo locali, con il video messaggio del Direttore del Dipartimento scienze del sistema Terra e tecnologie per l’ambiente del CNR e gli interventi in presenza della Direttrice del CNR-ISAC, del Coordinatore Riserva di biosfera Appennino Tosco Emiliano, dei sindaci del Comune di Modena e di Sestola, dell’Aeronautica Militare, la Presidente del Parco Emilia Centrale e il Presidente Consorzio del Cimone. Tra le sessioni del convegno, sono intervenuti anche i ricercatori del CNR-ISAC impegnati nel trasferire ai cittadini e agli studenti le conoscenze scientifiche sui cambiamenti climatici. Le attività di salvaguardia della biodiversità realizzate nel territorio dei Parchi dell’Emilia Centrale, in stretta sinergia anche con le attività scientifiche del CNR e del CAMM, vedono la progettazione di un centro di formazione a Sestola, proprio nei luoghi del convegno, visitati a conclusione della giornata alla presenza anche del Direttore Generale Regione Emilia-Romagna, la cui realizzazione sarà possibile grazie a un finanziamento regionale. L’ultima sessione è stata poi dedicata alla ricerca scientifica a Monte Cimone, che parte da lontano con il CAMM e che contribuisce oggi alle infrastrutture di ricerca internazionali come ICOS (Integrated Carbon Observation System European Research Infrastructure), ACTRIS (Aerosol, Clouds and Trace gases Research Infrastructure) e AGAGE (Advanced Global Atmospheric Gases Experiment) con l’Università di Urbino.
La salita al Cimone è quasi sempre incerta fino al giorno stesso, a causa delle condizioni meteorologiche che possono cambiare repentinamente dovute al suo orizzonte libero e ai suoi 2650 m di quota. Nonostante il vento che ha impedito ad alcuni di tornare a valle usufruendo della funivia disponibile per l’occasione, e il trasporto di sabbia sahariana che ha tinto di giallo l’atmosfera, i quasi 70 partecipanti hanno goduto passo dopo passo dell’esperienza. Lungo il percorso, i ricercatori del CNR-ISAC e le guardie del parco hanno mostrato i nuovi cartelli del Sentiero, utili anche per chi, affrontando in solitaria la salita, vuole approfondire i temi del cambiamento climatico e dell’ambiente. Il premio per la fatica è stata la possibilità di visitare il laboratorio dell’Aeronautica e l’Osservatorio climatico del CNR-ISAC, dove costantemente e automaticamente viene prelevata e analizzata l’aria (misure di fondo) al fine di fornire dati importanti, a livello non solo nazionale ma planetario.
La giornata di festa si è conclusa con il concerto per il clima con il trio Ukul’eli. Le tre giovani ragazze, una delle quali ricercatrice del CNR-ISAC, hanno scelto con attenzione ai temi ambientali ogni singolo pezzo, stimolando ulteriormente la riflessione dei partecipanti.
Dal 2004, in tanti hanno potuto vivere l’esperienza offerta dal Sentiero dell’Atmosfera. Tra il 2015 e il 2019, più di 2.400 visitatori e 11 istituti scolastici hanno visitato l’Osservatorio, a cui si aggiunge il racconto di vari servizi giornalistici della RAI e di altre emittenti.
“La prima idea è stata quella di accogliere i ragazzi per mostrare loro dove ‘nascono’ le misure per studiare il clima, con lo scopo di sensibilizzare ed essere trasparenti” – racconta l’ideatore del Sentiero Paolo Bonasoni, dirigente di ricerca del CNR-ISAC e responsabile dell’Osservatorio – “Abbiamo aperto le porte del laboratorio spiegando i vari strumenti e il loro funzionamento, ma inseriti in un contesto che riguardava l’inquinamento dell’atmosfera e naturalmente il clima.”
Insieme all’Aeronautica Militare e all’Ente Parchi Emilia Centrale, si è potuto quindi aprire le porte a scuole e visitatori, guidando i ragazzi lungo questo Sentiero che vede esposti una quindicina di pannelli informativi, con riferimenti anche alle attività di osservazione e ricerca che il CNR-ISAC porta avanti, concludendo la visita all’Osservatorio climatico. “Diventa così un percorso formativo molto utile e costruttivo, anche perché dalla vetta del monte Cimone, guardando la Pianura Padana, la si vede spesso ricoperta da una ‘coltre’ nera, scura, una stratificazione di inquinanti che respiriamo. Al di là del conoscere gli strumenti, chi segue il sentiero può vedere con i propri occhi, man mano che si sale, questo contorno ben definito tra le Alpi visibili sopra e il sotto che non si vede”, conclude Bonasoni.
Per tutta l’estate, registrandosi, ogni mercoledì il Sentiero dell’Atmosfera accoglie gratuitamente i visitatori, accompagnati dalle guide esperte dell’Ente Parchi Emilia Centrale.
Press tour
Il 12 e il 13 giugno ha avuto luogo l’evento “Press – tour Osservatorio Monte Cimone – il Sentiero dell’Atmosfera” che ha coinvolto i giornalisti scientifici dell’Unione giornalisti italiani scientifici (UGIS), organizzato in collaborazione con il CNR-ISAC, il CAMM di Monte Cimone e l’Ente di gestione per i parchi e la biodiversità Emilia Centrale, e con il sostegno di LabService Analytica.
La sera del 12 giugno, i giornalisti hanno partecipato alla conferenza “Le Eccellenze della ricerca realizzata nell’Osservatorio climatico CNR “Ottavio Vittori” di Monte Cimone dai ricercatori CNR-ISAC”, mentre la mattina del 13 giugno hanno potuto visitare e conoscere le attività di ricerca e osservazione dell’Osservatorio climatico e della Stazione meteorologica sul Monte Cimone.
<em>(credit: ugis.it)</em>
A causa delle condizioni meteorologiche avverse, non è stato però possibile seguire il Sentiero dell’Atmosfera. La cima è stata dunque raggiunta tramite il trenino a cremagliera risalendo la galleria scavata nella roccia del monte.
In questi giorni una massa d’aria calda e ricca di sabbia proveniente dal deserto del Sahara sta passando sull’Italia, come testimonia il colore giallognolo del cielo di oggi, da sud a nord. A nord, la pioggia che arrivata oggi 20 giugno contribuisce quindi nuovamente a tingere di rosso le nostre auto.
<em>Previsioni modello MOLOCH della temperatura a 2 m dal 19 al 21 giugno 2024.</em>
Osservazioni
Il passaggio di polvere proveniente dal Sahara è registrato dall’Osservatorio del CNR-ISAC “Ottavio Vittori” sul Monte Cimone (2.165 m), stazione globale del programma Global Atmosphere Watch (GAW) dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). Il Cimone si trova sull’Alto Appennino modenese, rappresentando una delle prime dorsali montuose che le masse d’aria dal Sahara incontrano durante il loro spostamento verso nord.
<em>Pianura Padana con colore giallastro (Webcam Monte Cimone – 19 giugno 2024 17:42:08).</em>
I dati raccolti dall’Osservatorio mostrano infatti per la giornata del 19 giugno un aumento significativo dei valori di particolato fine (diametro inferiore al micron) e coarse (diametro superiore al micron). Le concentrazioni di particolato grossolano (coarse) raggiungono livelli di circa un ordine di grandezza superiore alla soglia di identificazione dei trasporti di polvere, identificata dall’analisi della serie storica di oltre 20 anni di dati e pari a 0.4 particelle/cm3.
<em>Particolato fine e coarse registrato il 19 giugno 2024 dall’Osservatorio “O. Vittori”.</em>
L’origine della polvere osservata viene inoltre confermata dalle 3D back-trajectory, che permettono di risalire alla fonte delle particelle e al loro percorso nelle tre dimensioni.
<em>Traiettorie delle particelle a ritroso (back-trajectory) dal Monte Cimone nelle tre dimensioni (19 giugno 2024).</em>
L’arrivo delle polveri desertiche è stato osservato anche dalla rete ALICENET(Automated LIdar-CEilometer network). ALICENET è una rete cooperativa nazionale di sistemi di telerilevamento attivo avviata e coordinata dal CNR-ISAC che mira al monitoraggio continuo e in tempo quasi reale del profilo verticale del particolato atmosferico.
Le immagini sotto mostrano per le giornate del 18, 19 e 20 giugno (misure in corso) l’evoluzione sia a livello spaziale (verticale, 0-6km di altezza, sull’asse verticale) sia a livello temporale (asse orizzontale) degli strati di particolato atmosferico misurati in alcuni siti ALICENET del Sud Italia (Capo Granitola, Catania/Etna (San Giovanni La Punta), Lamezia Terme, Potenza).
Le macchie di colore rosso rivelano un elevato carico di polveri desertiche, il cui trasporto è arrivato nella giornata del 18 nella media troposfera (tra i 2 e i 4 km di quota) e sta progressivamente scendendo verso il suolo. Al momento, l’impatto al suolo dell’evento sembra tuttavia inferiore rispetto all’evento del 29 e 30 marzo, quando il marcato schiacciamento delle polveri minerali nei primi strati di atmosfera aveva portato a forti sforamenti dei limiti di PM10 su larga parte del Sud Italia.
Una seconda immagine, in questo caso relativa a due sistemi ALICENET del Nord Italia (Genova e Milano), mostra l’evoluzione dei profili di particolato dal 18 giugno alla mattina del 20, e l’inequivocabile firma delle polveri desertiche. Sfruttando un canale aggiuntivo di cui sono dotati questi sistemi, si riesce infatti a determinare la forma delle particelle. Le polveri minerali hanno forma irregolare (in rosso nel secondo grafico di ogni sito), che le distingue da particelle prevalentemente sferiche di origine antropica (zone blu nel secondo grafico di ogni sito).
In questi primi mesi del 2024, sono già numerosi gli eventi di questo tipo registrati nel nostro paese, l’ultimo poco più di una settimana fa.
Previsioni
Le previsioni di composizione atmosferica realizzate con la catena modellistica CHIMBO mostrano chiaramente come le masse d’aria provenienti da sud-ovest abbiano favorito il trasporto di una ingente quantità di polvere desertica (pDust) verso la penisola italiana – anche negli strati atmosferici prossimi al suolo – a partire dalle prime ore della giornata del 19 giugno.
Anche il sistema di previsione DUFORS, per il trasporto di polvere dal Sahara sul Mediterraneo (DUst FORecast system), mostra per il 20 giugno l’intrusione in termini di Aerosol Optical Depth.
Il collasso della circolazione oceanica nel Nord Atlanticopuò avvenire anche senza forzanti esterne, a causa della sua variabilità climatica interna. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista npj Climate and Atmospheric Science, che vede Matteo Cini, Giuseppe Zappa e Susanna Corti del CNR-ISAC tra gli autori.
L’Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) è un sistema di correnti oceaniche dell’Atlantico di fondamentale importanza per il clima, regolando la circolazione di calore dall’Equatore fino ai poli. L’AMOC è alimentata dallo sprofondamento di acqua densa fredda e salata nel Nord Atlantico subpolare, dovuto all’elevata perdita di calore per scambio con l’atmosfera polare fredda. Si prevede che l’AMOC potrebbe diminuire in risposta ai cambiamenti climatici di origine antropica, a causa di una diminuzione della densità superficiale dell’oceano in quest’area, dovuta al progressivo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia. Secondo il sesto rapporto dell’IPCC, la probabilità che l’AMOC superi un punto di non ritorno (tipping point) collassando in uno stato stabilmente indebolito è bassa, ma con un impatto potenziale sul clima molto elevato.
Grazie a un algoritmo di rare event, le simulazioni dei ricercatori mostrano che l’AMOC può collassare spontaneamente a causa della sua variabilità climatica interna, anche senza forzanti esterne. Con il collasso dell’AMOC si osserva una diminuzione generale delle temperature nell’emisfero boreale, con un calo dell’ordine di 1,5° C nei continenti settentrionali e di 0,5 °C a livello globale, con ricadute anche sui pattern delle precipitazioni. Inoltre, alcune traiettorie tracciate dal modello mostrano un collasso che persiste per centinaia di anni, avendo superato così un punto di non ritorno.
<em>Diminuzione spontanea dell’AMOC con algoritmo di rare event. Nella figura a sinistra, in grigio l’evoluzione tipica della AMOC, in rosso le simulazioni con l’algoritmo, ingrandite nella figura a destra. (Cini et al., 2024)</em>
“L’AMOC di per sé ha un andamento oscillatorio che può fare dei salti verso altri stati” – spiega Matteo Cini – “Questi salti sono osservati in coincidenza dell’innescarsi o del concludersi delle ere glaciali, ma non sappiamo ancora quale sia la relazione causale.” Questa variabilità, oltre a essere influenzata dall’effetto antropico, è dovuta a diversi fattori, come l’estensione dei ghiacci, i livelli di anidride carbonica in atmosfera, la temperatura del Nord Atlantico, la concentrazione di sale delle correnti oceaniche e altre variabili.
Queste ricerche consentono quindi da un lato di indagare quali componenti interne del sistema favoriscono il collasso dell’AMOC, per poi dall’altro poter studiare l’effetto dell’aumento dei gas serra su questo tipo di tipping point. “Molte ricerche mostrano che con l’aumentare dei livelli di anidride carbonica aumenta la probabilità che questi eventi accadano, cercando di comprendere se esista un livello soglia oltre il quale l’AMOC collassa. Oltre a questo, è importante capire come anche la variabilità interna dell’AMOC possa favorire o meno il suo collasso”, prosegue Matteo Cini. In questo studio, tra le variabili interne il vento del Nord Atlantico gioca un ruolo fondamentale nell’avvicinare il sistema al punto di non ritorno: “Questo ci mostra che, con determinati pattern di circolazione atmosferica insieme a un aumento dei gas serra, si avrebbe una maggiore probabilità di un indebolimento della circolazione”, conclude Matteo Cini.
<em>Anomalie della temperatura atmosferica in prossimità della superficie (2 metri) e anomalie dello zonal wind (vento in direzione est) a 850 hPa. (Cini et al., 2024)</em>
Gli eventi spontanei osservati nelle simulazioni sono comunque molto rari. Il modello utilizzato ha una complessità ridotta rispetto ad altri modelli, con un algoritmo che permette di indurre questi eventi rari senza la necessità di inserire forzanti esterne. L’obiettivo era infatti verificare la possibilità di un collasso spontaneo dell’AMOC e non quantificare la probabilità che un evento di questo tipo accada. Ulteriori studi in corso con questo tipo di algoritmi e con modelli climatici all’avanguardia permetteranno di comprendere il ruolo dei gas serra e la probabilità che questi eventi accadano con e senza forzanti esterne al sistema.
La ricerca si è svolta nell’ambito del progetto Horizon 2020 TiPES(Tipping Points in the Earth System), focalizzato sullo studio di diverse tipologie di tipping point climatici, e del progetto Horizon Europe OptimESM (Optimal High Resolution Earth System Models for Exploring Future Climate Change), che punta a sviluppare la nuova generazione di modelli del sistema Terra e a fornire proiezioni climatiche a lungo termine per supportare le politiche e le esigenze della società.
Dall’11 al 13 giugno si è tenuto, presso la sede dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima dell’Area della Ricerca di Bologna, il Kick Off Meeting del progetto Interreg Central Europe 2021-2027 “INACO – INnovative strategies for the Adoption of risk management plans to enhance the resilience of sensitive Cultural and Natural heritage Objectives against climate hazards in river basin districts”.
Il progetto, che ha avuto inizio lo scorso 1 di giugno e si concluderà il 30 novembre 2026, è coordinato dal CNR-ISAC (PI Alessandra Bonazza) e vede la partecipazione, oltre al CNR-ISAC, di altri dieci partners: PDPO – Parco regionale del Delta del Po (Italia); SISTEMA –Environmental Information Mining, UWK – University for Continuing Education Krems, BAW – Federal Agency for Water Management (Austria); ITAM CAS – Institute of Theoretical and Applied Mechanics (Repubblica Ceca); LBDCA – Lake Balaton Development Coordination Agency (Ungheria); FO – District Council Forchheim (Germania); FOK – Foundation for Landscape Protection (Polonia); TUKE – Technical University of Košice (Slovacchia); IRD – Institute for the Restoration of Dubrovnik (Croazia).
Durante il KoM sono stati presentati gli obiettivi, la struttura e i risultati attesi del progetto relativamente ai tre Work Pakage previsti: WP T1 – Rafforzare le strategie per aumentare la resilienza dei beni sensibili culturali e naturali nei bacini fluviali dell’Europa centrale; WP T2 – Soluzioni per la salvaguardia dei siti culturali e naturali nei bacini fluviali dai rischi legati ai cambiamenti climatici (LP, CNR ISAC); WP T3 – Elaborazione di Piani di gestione del rischio per i siti culturali e naturali nei bacini fluviali.
Il progetto sarà sviluppato attraverso l’analisi di otto casi pilota, rappresentativi di tre differenti realtà: A) RIVA MARINA/FLUVIALE quali riserva naturale, borghi e giardini storici in un ambiente di transizione fiume/mare (Valli di Comacchio, fiume Delta del Po – Italia, Fiume Dubrovnik – Croazia); B) RIVA DEL LAGO quali riserva naturale, edifici storici e siti archeologici in un ambiente lacustre (Lago di Neusiedl – Austria, Città di Fonyód – Ungheria); C) ENTROTERRA quali complessi monumentali, parchi e giardini storici nel bacino fluviale interno (Valle di Wiesent e Rednitz – Germania, Valle di Jelenia Gorà – Polonia, Regione di Kosice – Slovacchia, Valle del fiume Moldava in Boemia centrale – Repubblica Ceca).
Monitorare la qualità dell’aria indoor è il primo passo per acquisire consapevolezza di quanto l’aria che si respira in un ambiente chiuso può essere inquinata; noi siamo andati oltre.
In PROAMBIENTE, presso la palazzina del Tecnopolo Bologna CNR, è stato svolto un esperimento per valutare la qualità dell’aria in relazione all’inquinamento outdoor ed alla presenza di sorgenti interne. Strumenti di massima precisione e ad alta risoluzione temporale hanno monitorato, per circa un mese, una serie di parametri atmosferici all’interno dei nostri uffici.
L’esperimento è stato realizzato da CNR-ISAC, CNR-IMM, CNR-IBE, PROAMBIENTE e Unimore, nell’ambito del progetto PNRR EcosistER, Spoke 4 – Smart mobility, housing and energy solutions. I risultati forniranno un output per l’avanzamento delle attività verso il più ampio obiettivo della transizione sostenibile.
PERCHÉ È UN ESPERIMENTO INTERESSANTE?
Per la prima volta, sono stati monitorati tutti insieme un range molto ampio di parametri con strumentazioni di classe A, riconosciuti a livello internazionale: concentrazione in numero ed in massa e composizione chimica delle polveri sottili, ma anche inquinanti gassosi, come ossidi di azoto, ozono e composti organici volatili (VOC).
Il setup è un ambiente reale: un ufficio realmente vissuto quotidianamente in cui esistono tante variabilie fattoricontestuali da considerare e che possono influenzare i parametri osservati.
La strumentazione ha raccolto dati con alta frequenza, sia all’interno che all’esterno dell’edificio, alternativamente ogni 10 minuti. L’analisi dei dati permetterà di comprendere le dinamiche di infiltrazione dell’inquinamento outdoor e i processi chimico-fisici che determinano la qualità dell’aria indoor. Inoltre, sono state effettuate misure puntuali delle concentrazioni di VOC per permettere una caratterizzazione completa della qualità dell’aria indoor.
CARATTERIZZAZIONE CHIMICO-FISICA
Il CNR-ISAC si occupa di chimica e fisica dell’atmosfera e studia come inquinanti gassosi e particolato interagiscono nell’ambiente indoor e quali processi chimici e fisici determinano le caratteristiche di qualità dell’aria in ambiente indoor.
Uno degli obiettivi dell’esperimento è la caratterizzazione della qualità dell’aria indoor in relazione a determinati fattori contestuali: qualità dell’aria outdoor, condizioni atmosferiche, presenza di persone e/o di piante, caratteristiche costruttive dell’edificio, impianto di ventilazione/condizionamento, presenza di sorgenti di inquinamento indoor (come fumo, incensi, profumi, prodotti per la pulizia).
Questa caratterizzazione permette di analizzare i parametri di qualità dell’aria indoor e di comprendere i processi più rilevanti:come si modifica il particolato outdoor una volta infiltrato all’interno? Quali VOC caratterizzano l’ambiente indoor? Che effetto hanno i fattori contestuali sui parametri osservati?
<em>Risultati preliminari che mostrano un esempio di variabilità di tre VOC emessi da sorgenti diverse (93= toluene, 137=monoterpeni totali, 69=isoprene) durante un giorno di misure effettuate con un Vocus PTR-ToF-MS durante la campagna ECOSISTER. Gli strumenti installati durante la campagna hanno misurato alternativamente l’aria indoor (ufficio occupato di PROAMBIENTE) e l’aria outdoor (area CNR di Bologna).</em>
PRESENZA DI PIANTE
Un’ulteriore particolarità dell’esperimento è stata la presenza di piante. Ricercatrici del CNR-IBE di Bologna hanno arricchito l’ufficio sede della sperimentazione con ben 19 piante appartenenti a sette specie diverse (già studiate in un precedente esperimento indoor sempre nell’ambito del progetto PNRR EcosistER, Spoke 4 – Smart mobility, housing and energy solutions).
L’inquinamento atmosferico degli ambienti chiusi si è diffuso a tal punto da causare la “sindrome dell’edificio malato”, che si presenta con sintomi respiratori, bruciore oculare, mal di testa, affaticamento. Svariati studi hanno dimostrato che le Nature-Based Solutions(NBS) possono mitigare questi effetti perché, oltre al loro valore ornamentale, sono in grado di migliorare la qualità dell’aria indoor, assorbendo l’anidride carbonica che tende ad aumentare molto in ambienti chiusi e senza ricambi d’aria, ma anche catturando e de-attivando inquinanti come particolato e VOC. Specie diverse hanno capacità di mitigazione diverse, e CNR-IBE si occupa di ampliare le conoscenze in questo campo, che sono ancora limitate: in questo esperimento sono state quindi testate le capacità di mitigazione della qualità dell’aria grazie a combinazione di diverse piante da appartamento in vaso.
Le specie utilizzate per l’allestimento sono state piante di potos, sansevieria, piccole palme (Chamaedorea spp.) e piante più grandi come schefflera, ficus e yucca. Nel rispetto della libertà di movimento degli occupanti dell’ufficio, sono state messe a dimora le specie nella disposizione più efficiente e sono state curate; ora sono in corso le misure per stabilire i loro effetti.
SENSORI LOW COST
Un altro obiettivo è stato confrontare dati e risultati ottenuti da strumentazioni ad alta efficienza e precisione con quelli ottenuti da sensori low cost, più facilmente applicabili in ambienti abitati, per verificarne la performance. Nelle stanze, infatti, erano presenti anche piccole stazioni che contengono sensori che hanno misurato gli stessi parametri.
PROAMBIENTE sviluppa ed integra sensori, piattaforme e sistemi integrati di acquisizione ed elaborazione dati, e questo esperimento permette di migliorare l’utilizzo e l’affidabilità della sensoristica di basso costo, dal punto di vista della gestione del dato e della manutenzione dei sensori stessi. L’utilizzo diffuso di sensori low cost affidabili per l’IAQ rappresenta infatti una delle sfide principali del futuro del monitoraggio indoor.
Presso l’aeroporto di Ancona-Falconara, il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha appena concluso, con esito positivo, una serie di voli con test finalizzati alla valutazione di sistemi innovativi di acquisizione dati, telemetria e trasmissione in tempo reale a terra.
L’iniziativa rientra nell’accordo quadro stipulato tra la Regione Marche e il Cnr, a luglio 2023, che promuove la collaborazione scientifica e tecnologica tra le due istituzioni, favorendo lo sviluppo e l’innovazione nel settore aerospaziale.
Tali attività si inseriscono in progettualità strategiche per l’accesso allo spazio, con l’obiettivo di sviluppare lanciatori avioportati (aviolancio) per la messa in orbita di piccoli satelliti; i test sono di fondamentale importanza sia per il monitoraggio in tempo reale delle condizioni operative di sistemi avioportati che per lo sviluppo del segmento di terra attualmente in fase di realizzazione.
L’ambiente operativo dei test è stato caratterizzato da profili di volo che replicano le condizioni operative delle missioni di aviolancio, ottenibili esclusivamente tramite velivoli ad alte prestazioni come quello utilizzato, un velivolo a getto capace di raggiungere e mantenere velocità e altitudini elevate, replicando i profili di volo che saranno sperimentati durante le missioni reali. I test per valutare le prestazioni e l’affidabilità dei sistemi esaminati sono stati condotti dagli esperti del Cnr Lucia Paciucci (Cnr-Iia) e Pantaleone Carlucci (Cnr-Isac).
La telemetria è un aspetto critico di questi esperimenti che permettono il monitoraggio in tempo reale di vari parametri operativi del velivolo, tra cui altitudine, velocità, assetto e stress strutturale. I dati telemetrici sono trasmessi tramite un sistema di comunicazione innovativo. La trasmissione in tempo reale è essenziale per fornire feedback immediato agli operatori di terra, consentendo l’analisi immediata delle performance del sistema e l’identificazione di eventuali anomalie durante il volo.
Altro elemento chiave dei test ha riguardato le prime fasi di sviluppo di una ground station portatile e versatile che sarà progettata per essere a basso costo e facilmente trasportabile, con la capacità di operare su diverse frequenze per adattarsi ai regolamenti specifici di diverse nazioni ed Enti autorizzativi. Il sistema include antenne ad alto guadagno e ricevitori multibanda, permettendo una ricezione affidabile dei dati telemetrici anche in condizioni di volo ad alta velocità e altitudine. L’obiettivo è assicurare che l’intero sistema di acquisizione e trasmissione dati possa operare in modo efficiente in vari scenari di test, contribuendo alla realizzazione delle future missioni spaziali sempre più ambiziose.
Oggi è stato dato avvio a quanto previsto dall’accordo Regione Marche – Cnr, incentivando lo sviluppo di attività ad alto contenuto innovativo presso infrastrutture nazionali. Il successo di questi voli dimostra la capacità del Cnr di sviluppare tecnologie innovative nel campo dell’ingegneria aerospaziale e sottolinea il ruolo di primo piano dell’Italia nel panorama internazionale della ricerca spaziale. In futuro, i test si estenderanno dai sistemi di acquisizione e trasmissione dati operativi e telemetria a quelli avionici, di guida, navigazione e controllo, simulando il funzionamento del lanciatore finale e tutte le possibili failure di sistema. Queste attività sono fondamentali per garantire la sicurezza degli operatori e delle tecnologie sviluppate, contribuendo alla realizzazione di progetti e missioni spaziali sempre più ambiziosi ed efficienti.
Questa notte (29 maggio alle 00:20 CEST) il satellite EarthCARE è stato lanciato con successo da uno SpaceX Falcon 9 dalla base spaziale di Vandenberg in California, negli Stati Uniti.
EarthCARE (Earth Cloud Aerosol and Radiation Explorer) è frutto di una collaborazione tra le agenzie spaziali europea e giapponese (ESA e JAXA), ed è il satellite più complesso finora concepito per l’osservazione della terra.
Utilizzando l’insieme delle misure di EarthCARE, i ricercatori si aspettano di migliorare in modo significativo la comprensione delle complesse interazioni tra nubi, aerosol e radiazioni, un aspetto essenziale per affinare i modelli climatici e i modelli numerici utilizzati per le previsioni meteorologiche. Il CNR-ISAC è attivo da tempo su progetti di ricerca riguardanti queste tematiche che trarranno beneficio dalle misure di EarthCARE, anche usate congiuntamente alle misure raccolte da terra dagli osservatori del CNR-ISAC.
<em>EarthCARE separates. Credit: SpaceX</em>
Il satellite trasporta quattro strumenti diversi, tutti con importanti innovazioni tecnologiche.
Il lidar (ATLID) consente di ottenere profili verticali ad alta risoluzione di proprietà di aerosol e nubi, quali quota, spessore, proprietà ottiche e tipo di aerosol; il profilatore radar Doppler (CPR) consente di osservare la struttura verticale di nubi e precipitazione interna delle nuvole e ricavare proprietà quali la distribuzione e la velocità di sedimentazione delle gocce; un imager multispettrale (MSI) acquisisce immagini bidimensionali ad alta risoluzione in più bande spettrali, dal visibile all’infrarosso che consentono di distinguere tra tipi di nubi, aerosol e superfici terrestri. Infine, un radiometro a banda larga (BBR) quantifica la radiazione solare riflessa e la radiazione termica in uscita emessa dalla Terra.
È possibile contribuire alla ricerca del progetto Hail Hazard in the Mediterranean (H2Med) segnalando la grandine.
Il progetto PRIN-PNRR H2Med ha l’obiettivo di migliorare le attuali conoscenze sulla generazione delle grandinate nel bacino del Mediterraneo e studiare gli effetti del cambiamento climatico sui temporali più estremi. Attraverso un approccio multidisciplinare basato sull’uso sinergico di osservazioni satellitari, dati di rianalisi, modellistica numerica e climatica, il progetto H2Med esplora i temporali grandinigeni da diverse prospettive e scale spaziotemporali, fornendo strumenti per applicazioni operative dalla gestione del rischio alle previsioni meteorologiche a breve termine. H2Med è coordinato dal CNR-ISAC di Bologna assieme all’Università di Torino e all’Università di Napoli “Parthenope”.
Tra le attività previste dal progetto, uno spazio importante è dedicato al contributo dei cittadini che possono segnalare gli eventi di grandinate nella propria zona e possibilmente conservare i chicchi di grandine. Grazie a questa attività di citizen science, sarà possibile catalogare i sistemi temporaleschi segnalati dai cittadini e studiarli attraverso satelliti e modelli numerici. I chicchi recuperati saranno poi analizzati nei laboratori del CNR-ISAC di Bologna per studiarne struttura, natura e composizione chimico-fisica.
Antonio Olita, ricercatore del CNR-ISAC e docente di oceanografia e rischio climatico all’Università di Cagliari, è intervenuto lo scorso 16 maggio ai microfoni della trasmissione “Caffè Corretto” su Radiolina.
Tra i temi affrontati, l’aumento delle temperature globali e le correlate ondate di calore marine che stanno colpendo anche il nostro mar Mediterraneo con sempre maggiore frequenza e intensità. “Queste ondate di calore improvvise sono correlate al riscaldamento globale. Nell’ondata di calore del 2023, in Europa centrale si sono registrate statistiche di mortalità nell’ordine delle decine di migliaia, rispetto alla media del periodo. Negli ultimi 2 anni abbiamo visto ondate di calore atmosferiche paragonabili a quella ‘storica’ del 2003 che pareva irripetibile. Gli impatti non sono solo sulla salute umana ma anche sulla salute dei nostri mari”, spiega Antonio Olita.
Il ricercatore è intervenuto anche sugli impatti dell’aumento della temperatura superficiale dei mari: “Cambiamenti di temperatura superficiale in differenti aree possono intervenire sui gradienti di densità che determinano intensità e direzioni di alcune delle correnti che caratterizzano i nostri mari. Ciò, a catena, può modificare gli habitat utilizzati da alcune specie, in vari livelli trofici. Questo impatto si aggiunge agli impatti diretti sia della tendenza al riscaldamento dei mari (meridionalizzazione e tropicalizzazione) sia agli effetti delle ondate di calore marine (eventi di mortalità di massa e perdita di habitat, tra gli altri).”
Il primo grande esperimento sulla qualità dell’aria in una città artica: l’Alaskan Layered Pollution And Chemical Analysis (ALPACA). La panoramica delle ricerche è stata pubblicata su ACS Environmental Science & Technology, ottenendo la copertina della rivista.
Nel 2022, la città di Fairbanks in Alaska ha ospitato una cinquantina di ricercatori da Europa e Stati Uniti, i quali hanno condotto per quasi due mesi delle misure sul campo per migliorare la comprensione delle fonti di inquinamento atmosferico e dei processi chimici che avvengono durante la notte artica, indagare l’inquinamento indoor e studiare la dispersione e la deposizione degli inquinanti in presenza di forti inversioni di temperatura.
L’esperimento ha coinvolto vari gruppi di ricerca internazionali. Dall’Italia hanno partecipato i ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR (CNR-ISAC), con la collaborazione dell’Istituto di scienze polari del CNR (CNR-ISP) e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Le misure del gruppo di ricerca CNR-ISAC mostrano in particolare un progressivo accumulo di inquinanti nel manto nevoso con il passare dei giorni in assenza di nevicate, evidenziando dei flussi di deposizione atmosferiche secche.
La campagna di misura si è svolta tra i mesi di gennaio e febbraio, innevata con temperature alla superficie permanentemente sotto lo zero, raggiungendo durante la campagna anche i -38 °C. “In queste condizioni meteo, la micrometeorologia del sito risulta molto particolare” – spiega Antonio Donateo – “In condizione di forte stabilità atmosferica si creano delle particolari dinamiche turbolente sulle deposizioni di particelle, peculiari di un sito artico.”
La diffusione turbolenta degli inquinanti atmosferici è stata determinata direttamente con un sistema definito “eddy-covariance”. Il flusso di particolato atmosferico è stato misurato a diverse granulometrie (dalle particelle ultrafini a quelle con diametro maggiore, quasi-coarse).
Nella campagna di misura è stato osservato lo scambio di particelle di aerosol tra l’atmosfera e la superficie. “L’idea è quella di accoppiare le misure di deposizione degli aerosol con l’analisi chimica degli inquinanti che si accumulano nella neve”, continua Antonio Donateo. Quest’ultima attività viene svolta dai ricercatori del CNR-ISP mediante lo scavo di snow pit (trincee di circa un metro di profondità nella neve) che permettono di studiare la stratigrafia del manto nevoso.
I ricercatori hanno riscontrato anche una disomogeneità nella distribuzione degli inquinanti tra le diverse zone della città, notando che, anche se in presenza di un terreno pianeggiante, la presenza di edifici e di vegetazione influisce sulla meteorologia dello strato limite, la parte bassa dell’atmosfera direttamente influenzata dalla superficie terrestre.
“In quel contesto, l’atmosfera è troppo stratificata con una forte variazione di temperatura (anche di 10 °C a 10 metri dal livello del suolo). Questo fa sì che gli inquinanti non si diffondono bene tra il centro e la periferia della città, perché nel mezzo di sono edifici, alberi ed altri ostacoli” – spiega Stefano Decesari – “Potrebbe essere interessante verificare se questo avviene anche nelle nostre valli alpine e altipiani in condizioni invernali.”
Tramite un pallone aerostatico frenato (Helikite), ossia fissato con dei cavi al suolo, è stato poi possibile intercettare le “plume” di inquinanti nella parte bassa dell’atmosfera provenienti dalla città e dalle centrali termiche, che si andavano a stratificare in atmosfera. “Le centrali termiche sono una fonte emissiva non trascurabile. A causa del freddo, c’è l’esigenza di produrre energia e nel giro di circa 20 km ci sono sei centrali termiche, oltre alla città stessa, il campus universitario, l’aeroporto civile e due aeroporti militari”, continua Stefano Decesari.
Il progetto ha previsto molti altri tipi di studi tra cui attività di ricerca sulla diffusione di inquinanti indoor, mostrando che all’interno degli edifici, dove vivono le persone per la maggior parte del tempo durante l’inverno, avvengono considerevoli infiltrazioni di inquinanti dall’esterno.
Il progetto ALPACA è nato su spinta delle domande della comunità locale, emerse dal coinvolgimento di lunga data dei ricercatori dell’Università dell’Alaska di Fairbanks nelle questioni relative alla qualità dell’aria della città, permettendo di raccogliere dati importanti per la cittadinanza e la comunità scientifica. “Non si è mai fatto prima uno studio sistematico dei problemi della qualità dell’aria in Artico, perché si è sempre pensato che in quelle zone vivessero comunità molto piccole. È vero, ma sono anche molto energivore, quindi producono molte emissioni” – prosegue Stefano Decesari – “Basti pensare al riscaldamento, combustione della legna, ecc. Questo si è visto bene anche nelle nostre valli alpine”.
I dati raccolti in ALPACA saranno disponibili attraverso il portale Arcticdata.
Vivere la ricerca in Artico
La campagna del 2022 ha messo a dura prova i ricercatori, sia per le condizioni meteorologiche sia per il rischio Covid, limitando alcune attività. Racconta Stefano Decesari, “I colleghi non potevano stare molto all’aperto per via del freddo, ma all’interno non si potevano avere contatti sociali con il distanziamento e le mascherine. Diverse notti i ricercatori hanno anche lavorato all’aperto. È stata insomma una campagna molto dura, considerando le condizioni ambientali e il problema del Covid, ma ci ha permesso di ottenere buoni risultati!” Alla campagna di misura hanno preso parte direttamente Maurizio Busetto, Federico Scoto e Gianluca Pappaccogli.
Per i ricercatori, ALPACA è stata comunque un’esperienza di successo partita da un processo spontaneo. “È stato un percorso completamente bottom-up, dove ognuno portava il suo contributo. Il coordinatore del progetto, il Prof. William Simpson dell’Università dell’Alaska di Fairbanks, è riuscito a tenere unita una comunità internazionale di scienziati divisa su dieci fusi orari diversi creando un clima di fiducia reciproca, e ancora adesso ci riuniamo regolarmente”, conclude Stefano Decesari.
Ai primi di giungo 2024, Antonio Donateo sarà coinvolto in un’altra campagna in ambiente artico, sempre in Alaska ma nell’estrema regione nord. “In questo caso le condizioni saranno meno rigide essendo una campagna estiva. Non si tratta di un contesto cittadino, ma la piattaforma osservativa sarà sistemata in una base logistica di ENI-US (Nikaitchuq – Prudhoe Bay) nella tundra artica a ridosso del mare di Beaufort” – conclude Antonio Donateo – “Un sito industriale come questo, in ambiente artico, è per noi una condizione di lavoro inedita e interessante sul piano scientifico.”
Dal 2018 il fotografo e scienziato italiano Fabio Cian ritrae i luoghi di tutto il mondo in cui si studiano il clima e la sua evoluzione per affrontare il riscaldamento globale. Nel numero di inizio maggio di Internazionale, si ripercorre il lavoro di Fabio Cian che lo ha visto fotografare in tutto il mondo alcune delle più importanti strutture di ricerca sul clima.
Tra il materiale raccolto dalla rivista, troviamo in grande una foto dell’Osservatorio climatico “O. Vittori” del CNR-ISAC sulla cima del monte Cimone.
<em>L’edificio sulla destra ospita l’Osservatorio climatico del CNR-ISAC. Sullo sfondo, le strutture dell’Aeronautica Militare. (Fabio Cian, Internazionale)</em>
Nell’articolo, intitolato “Il pianeta sotto gli occhi”, troviamo anche una foto del 2018 che inquadra la ricercatrice Nora Zannoni, allora presso il Max Planck Institute per la chimica, mentre esamina la concentrazione di aerosol nell’atmosfera sull’Amazon Tall Tower Observatorynella foresta pluviale amazzonica in Brasile. Oggi, Nora Zannoni è al CNR-ISAC e si occupa di studiare le interazioni tra biosfera e atmosfera e l’emissione e la reattività di composti organici volatili nella Pianura Padana e indoor.
“Attraverso le loro sfide e le loro conquiste, spesso invisibili, il progetto è un invito a vedere e capire gli enormi sforzi che ci sono dietro alla lotta contro il cambiamento climatico”, spiega Fabio Cian a Internazionale.
Ho conosciuto Claudio nel marzo del 1980. Avevo appena preso la decisione di cambiare indirizzo nei miei studi e di dedicarmi alla geofisica fluida invece che a quella solida. Mi presentai quindi da Vittori, mio professore di Fisica dell’Atmosfera e direttore/fondatore dell’allora Istituto FISBAT, per chiedere la tesi. Non conoscevo nessuno al FISBAT e per la verità non ero mai entrato prima nella sede CNR di via dei Castagnoli. Col suo modo pratico e sbrigativo, sentita la mia richiesta, Vittori mi portò nello studio di Claudio e senza preamboli disse: illustra a questa persona quello che tu (voi) fate e trovate un argomento per una tesi. Detto ciò, prese e se ne andò lasciandomi li. Una situazione di certo imbarazzante, ma ricordo ancora molto bene come Claudio sorridendomi riuscì a rendere le cose subito semplici, farmi sentire a mio agio, e appassionare agli argomenti. In una parola a farmi sentire già parte della squadra: un collega che doveva apprendere, non uno studente a cui insegnare. E questa sensazione di stare nel posto giusto, di essere di casa dentro il FISBAT (poi ISAO, poi ISAC) non mi ha mai più abbandonato. Un primo lascito dei tanti che da lui ho di certo ricevuto nei tanti anni passati a lavorare insieme.
Dal punto di vista lavorativo Claudio mi ha insegnato come la costanza dell’impegno, il rigore nel soppesare ipotesi e risultati, la meticolosità nel ricercare fonti come nel preparare il lavoro in campo siano il solo modo per raggiungere buoni risultati. E mi ha anche insegnato a porsi obiettivi ambiziosi, avere uno sguardo sempre ampio e di prospettiva. Di sicuro ci siamo trovati bene a lavorare insieme perché su tanti punti eravamo affini. E questa affinità si è manifestata spesso nelle lunghe sedute a scrivere un lavoro, oppure nei momenti in cui ci sedevamo e compivamo il rito di rivedere l’elenco dei lavori che si sarebbero potuti/voluti realizzare con i dati raccolti/disponibili. Aveva una agenda (che nel tempo è diventata una lavagna) dove questa lista veniva sempre aggiornata. E ricordo che per quanto lavorassimo, questa lista non si riduceva mai, al più si allungava. Insomma, le idee non mancavano, avevamo sempre 15-20 lavori almeno che ci sarebbe piaciuto scrivere, tutti li belli in ordine con il loro titolo provvisorio già definito. Il cercare obiettivi ambiziosi ci ha fatto iniziare insieme l’avventura polare. Ma oltre alla novità e all’interesse per questa nuova sfida, credo che lui, che poi in Antartide non è mai stato, abbia capito che io in Antartide ci sarei andato anche solo sui gomiti, e abbia voluto assecondare un po’ il mio entusiasmo. E a cavallo del nuovo millennio ci ha portato a immaginare di realizzare e promuovere un network polare per l’aerosol, POLAR-AOD, iniziativa che tra alti e bassi ancora resiste, o provare a mettere in piedi una rete europea per la fotometria, azione non andata in porto. Nel completare il ricordo di Claudio per quel che attiene il lavoro, mi piace sottolineare come un altro suo lascito sia stato proprio quello di mai abbattersi: per ogni idea che non va in porto ce ne sono almeno altre due-tre su cui puntare e insistere.
Dal punto di vista del carattere e della personalità, Claudio è sempre stato una persona gentile, onesta intellettualmente, pronta a mettersi al servizio degli altri, con un forte senso di appartenenza, al CNR e non al singolo Istituto (in questo l’abbiamo sempre pensata uguale). Come tutti, aveva anche degli aspetti meno belli e spigolosi che pure ho imparato a vedere. Ma questo non sminuisce, rende solo umani. La sua disponibilità a servire interessi generali lo ha portato a sostenere la vita dell’Istituto, in qualità di Direttore, nel momento cruciale di passaggio da via dei Castagnoli alla nuova sede qui di via Gobetti nei primi anni ‘90 e a guidarlo nella fase di assestamento, che non è mai cosa semplice. E poi a contribuire in modo significativo alla riorganizzazione della rete scientifica dell’Ente a fine degli anni ‘90, nella sua posizione di membro del Consiglio Scientifico del CNR. In entrambi i casi, devo dire che ho potuto vedere come la sua pazienza e duttilità anche diplomatica sia stata messa a dura prova. Nel momento del passaggio, quando pur triplicando gli spazi disponibili sembrava non si riuscisse ad accontentare tutti, e la mappa allocazione degli spazi sembrava una tela di penelope: fatta un giorno, disfatta il giorno dopo. Ancora peggio è andata con la ristrutturazione della rete, perché Claudio da generoso si era preso la pesca più grossa: cercare di mettere d’accordo e riorganizzare la rete degli Istituti dediti al mare. E ricordo ancora bene la sua delusione e incredulità nel dover ammettere/accettare che riorganizzare la rete in un unico grosso soggetto, fosse impresa a cui confronto le mission impossible di Tom Cruise sarebbero apparse un gioco da ragazzi. Lì Claudio, senza volerlo, mi ha fornito una ultima grande lezione: anche se una cosa ha senso ed è quella giusta, interessi di parte la renderanno quasi sempre impossibile a dispetto di tutto e di tutti.
Voglio completare questo ricordo con una immagine di certo felice, la festa che gli abbiamo dedicato il giorno della sua andata in pensione. Eravamo a Ny Alesund, era il 2006, ed eravamo li per la prima intercomparison campaign di POLAR-AOD, organizzata in preparazione del progetto IPY che sarebbe partito l’anno dopo. Abbiamo potuto quindi festeggiarlo in un luogo che di sicuro a lui piaceva perché in fondo poteva ricordare le sue montagne. Che l’esperienza artica a lui fosse gradita e cara, lo testimonia il fatto che il suo CV (che potete ritrovare e scaricare dalla rete) mostra una foto di lui nel 2003 scattata a Longyearbyen. Se guarderete quel CV, aggiornato da lui un’ultima volta nel 2017, potrete capire di certo molto, e ritrovare credo molte delle cose che sopra ho provato a dire.
Il CNR-ISAC ripercorre gli eventi del maggio 2023 in Emilia-Romagna e indaga sul ruolo dei cambiamenti climatici negli eventi estremi
A un anno dai tragici eventi dell’alluvione dell’Emilia-Romagna nel maggio 2023, l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR (CNR-ISAC) ripercorre quanto successo dal punto di vista meteorologico, presentando gli studi in corso e le prospettive future di ricerca.
Analisi sinottica
La dinamica della circolazione atmosferica nei giorni dell’alluvione del maggio 2023 è stata caratterizzata in troposfera (lo strato dell’atmosfera a diretto contatto con la superficie terrestre) dalla presenza di una circolazione di bassa pressione. Un ciclone mediterraneo originatosi sul Nord Africa è risalito verso il Centro Italia convogliando correnti umide dal mar Adriatico verso l’Emilia-Romagna. Una simile configurazione ha caratterizzato entrambi gli eventi alluvionali del 2 e del 17 maggio.
Questa configurazione è tipicamente responsabile di precipitazioni intense sul Medio-Alto Adriatico, dove l’aria calda e umida proveniente da sud raccoglie ulteriore umidità dall’Adriatico prima di deviare verso ovest, entrando in Pianura Padana e impattando sull’Appennino dove è costretta a sollevarsi. “La stazionarietà della configurazione, che ha favorito la persistenza della pioggia, risulta ancora più evidente dalle mappe in media troposfera, dove un’onda baroclina è rimasta stazionaria sul Mediterraneo centrale, delimitata ai suoi lati da due strutture anticicloniche che hanno determinato una configurazione di blocco” – spiega Mario Marcello Miglietta, professore ordinario in fisica dell’atmosfera e oceanografia presso l’Università di Bari e associato al CNR-ISAC – “È interessante notare come la maggior parte della precipitazione abbia assunto carattere stratiforme tipico della pioggia orografica, in cui un flusso d’aria caldo e umido si solleva sui rilievi determinando precipitazione sul lato sopravento. Questa configurazione risulta in genere più facilmente predicibile rispetto ad altri tipi di eventi dominati da condizioni di instabilità e da convezione intensa.”
Dall’analisi meteorologica fornita dal Met Office, è possibile notare per il 2 maggio la struttura frontale a carattere stazionario situata sull’Emilia-Romagna. Si notano anche le due strutture di alta pressione a ovest e a est del bacino del Mediterraneo che hanno determinato la stazionarietà sul Mediterraneo centro-occidentale del sistema depressionario. Una configurazione simile si è avuta per l’evento del 17 maggio.
<em>Analisi meteorologica fornita dal Met Office valida alle 00 UTC del 2 maggio 2023.</em>
La risalita di masse d’aria dall’Adriatico verso la Pianura Padana, incontrando aria proveniente da nord-est, e l’ascesa sui rilievi dell’Appennino emiliano-romagnolo si evincono anche dalla simulazione del CNR-ISAC con il sistema di previsione meteorologica WRF. Si nota in particolare la presenza del ciclone che risale lentamente la penisola italiana da sud verso nord.
<em>Pressione al livello del mare (contorni colorati) e vettore vento a 10 m. Simulazione WRF CNR-ISAC – valida alle 06 UTC del 16 maggio 2023.</em>
Per gli addetti ai lavori, dalla simulazione si possono notare nello specifico due aree di moti verticali ascendenti: una più ampia al disopra dei 4.000 m, causata dalla risalita delle masse d’aria lungo la struttura frontale; l’altra ben ancorata all’Appennino emiliano-romagnolo (circa 44° N), causata dall’ascesa delle masse d’aria lungo l’Appennino.
<em>Sezione verticale a 11.8° est della velocità in direzione sud-nord (contorni colorati, valori negativi indicano che il vento sta andando da nord verso sud) e della velocità verticale (contorni, i valori tratteggiati indicano velocità verso il basso). La mappa è stata derivata dall’uscita operativa del modello WRF eseguito presso il CNR-ISAC – valida alle 12 UTC del 16 maggio 2023.</em>
Le piogge
“Gli eventi alluvionali di maggio 2023 (1-2 e 16-17) sono stati estremi ed eccezionali in termini di quantità di pioggia caduta, superando i record precedenti per il mese di maggio (risalenti al maggio 1939) su gran parte della regione. La precipitazione è stata notevole anche in termini di durata, dell’ordine di 48 ore per ciascuno degli eventi”, dichiara Paolo Ghinassi, assegnista di ricerca al CNR-ISAC.
“Nel corso della giornata del 2 maggio sono stati superati i 100 mm di pioggia in ben 33 stazioni della Rete regionale dei pluviometri, mentre nella giornata del 16 maggio questa soglia è stata superata in 42 stazioni della rete. Le precipitazioni più intense si sono avute su superfici di centinaia di chilometri quadrati rappresentando un record storico delle piogge osservate sull’area, con un tempo di ritorno stimato in circa 200 anni”, spiega Stefano Federico, ricercatore del CNR-ISAC. Aggiungono Silvio Davolio, professore ordinario in oceanografia e fisica dell’atmosfera presso l’Università di Milano e associato al CNR-ISAC, e Giulia Panegrossi, prima ricercatrice del CNR-ISAC: “L’afflusso di umidità di origine subtropicale ha interessato anche gli strati più elevati dell’atmosfera, soprattutto nel corso dell’evento di metà maggio, e ciò ha contribuito ad alimentare le precipitazioni. Lo si evidenzia dalle misure da satellite e dal prodotto sperimentale Advected Layer Precipitable Water, sviluppato presso la Colorado State University.”
Riguardo la condizione del terreno in quei giorni, le forti piogge di inizio maggio (e nei giorni successivi) hanno creato condizioni di terreno quasi saturo di umidità che non è stato in grado di assorbire le abbondanti piogge associate al secondo evento di metà maggio, con un impatto idrologico devastante.
Previsioni meteorologiche e ricerca al CNR-ISAC
Il CNR-ISAC sta studiando gli eventi del 2 e del 17 maggio 2023 inquadrandoli sia da un punto di vista meteorologico che nel contesto del cambiamento climatico.
“La previsione della precipitazione effettuata con i modelli sviluppati e/o utilizzati in configurazione operativa presso il CNR-ISAC per i due eventi meteorologici è stata più che soddisfacente” – continua Stefano Federico – “I modelli, infatti, hanno predetto sia i notevoli accumuli che l’estensione delle aree di precipitazione abbondante.”
<em>Precipitazione prevista dalle 03 UTC alle 12 UTC del 16 maggio 2023 dal modello MOLOCH, sviluppato presso il CNR-ISAC.</em>
Un gruppo di ricercatori del CNR-ISAC sta ora lavorando alla simulazione ad alta risoluzione dell’evento che ha colpito l’Emilia-Romagna con il modello di previsione MOLOCH, sviluppato al CNR-ISAC. “L’obiettivo è non solo quello di studiarne le caratteristiche, ma anche di applicare nuovi metodi di analisi per comprendere il ruolo dei cambiamenti climatici. In particolare, si analizza come si sarebbe potuto sviluppare l’evento se una simile condizione meteorologica fosse accaduta nel passato, quando la temperatura globale e del mare Mediterraneo erano inferiori”, commenta Paolo Stocchi, ricercatore del CNR-ISAC. Questo approccio consente di comprendere meglio il ruolo dei cambiamenti climatici su eventi recenti ad alto impatto, come quello verificatosi in Emilia-Romagna.
Infatti, sebbene sia ben noto che gli estremi di pioggia tendono a intensificarsi in un clima più caldo, ad oggi non ci sono ancora abbastanza elementi per chiarire in modo netto il ruolo dei cambiamenti climatici in questo specifico evento. Uno studio del World Weather Attribution rilasciato pochi giorni dopo l’alluvione non aveva trovato collegamenti con il cambiamento climatico, ricevendo tuttavia delle critiche: lo studio si era focalizzato sul caratterizzare eventi di precipitazione su un’area spaziale (l’intera Emilia-Romagna) e un periodo temporale (21 giorni) che non rispecchiano bene le brevi durate e la ristretta localizzazione spaziale degli eventi di maggio 2023.
Il progetto ENCIRCLE, recentemente iniziato, potrebbe fornire qualche indicazione in più. “ENCIRCLE (Evaluating the changing risk of cyclones for Italian precipitation extremes) è una collaborazione tra il CNR-ISAC e il Dipartimento di fisica dell’Università di Bologna. Il progetto mira ad analizzare la variabilità climatica recente grazie a nuove simulazioni ottenute con modelli di clima a scala regionale e globale, così da comprendere meglio i processi che portano alla formazione di cicloni associati a precipitazione estreme sul territorio Italiano” – aggiunge Giuseppe Zappa, primo ricercatore del CNR-ISAC – “un importante obiettivo è quello di quantificare come il cambiamento climatico sta impattando la frequenza e l’intensità di questi eventi, inclusi casi di studio specifici come l’evento alluvionale dell’Emilia Romagna.”
Conclude Paolo Stocchi: “Questa alluvione fa parte di una serie di eventi meteorologici e climatici estremi che negli ultimi decenni hanno causato danni alle infrastrutture e, purtroppo, perdite umane. Questa serie di eventi ha sollevato all’interno della comunità scientifica la necessità di studiare il ruolo dei cambiamenti climatici nell’alterare le probabilità e l’entità di tali fenomeni.”
Gli studi in corso potranno quindi fornire ulteriori conoscenze agli enti preposti alla gestione delle emergenze, consentendo loro di sviluppare strategie e strumenti sempre più efficaci per affrontare e mitigare i rischi associati agli eventi meteorologici estremi.
L’obiettivo di questa newsletter trimestrale è quello di facilitare la circolazione delle notizie riguardanti le attività del CNR-ISAC. Un canale di comunicazione che coinvolga non solo i nostri ricercatori e le nostre ricercatrici, ma anche la più ampia comunità scientifica e coloro che sono interessati agli sviluppi nel campo delle scienze dell’atmosfera e del clima.
Il nome riflette la centralità di ciò che facciamo in Istituto. Siamo testimoni e attori in un periodo di trasformazione senza precedenti nel nostro ambiente. I cambiamenti climatici e atmosferici sono al centro delle nostre ricerche e delle nostre preoccupazioni, e attraverso questa newsletter vogliamo condividere gli avanzamenti della ricerca, le iniziative e i progetti in corso, ma anche le nostre riflessioni sulle sfide che questi cambiamenti presentano.
Durante il Giornale radio di Rai Radio 1 delle ore 12 del 6 maggio 2024, è intervenuto il ricercatore Sante Laviola del CNR-ISAC per spiegare le cause del fenomeno meteorologico estremo verificatosi in Sud America nei giorni scorsi:
“Il sud del Brasile è stato interessato da un caldo piuttosto torrido. Questa energia che permaneva da tempo nella zona interessata dall’allusione si è miscelata con dell’aria più fredda e più secca proveniente dall’Antartide, e questo mix ha generato sistemi temporaleschi violenti e persistenti per dei giorni.
Le alluvioni come quelle del Brasile le abbiamo vissute in Italia con l’Emilia-Romagna per esempio, così come la recente alluvione che ha vissuto Dubai. Sono delle manifestazioni di estremizzazione dell’andamento climatico.”
Dopo il successo e il grande interesse da parte di alunni e famiglie riscontrato a Expo Scuola 2023, il CNR-ISAC ha nuovamente presentato l’iniziativa “Valutazione del comfort termico e della qualità dell’aria negli spazi lavorativi e scolastici indoor” alla Fiera Didacta 2024, il più importante evento fieristico dedicato all’innovazione del mondo della scuola.L’evento si è tenuto presso la Fortezza da Basso di Firenze.
I ricercatori Gianluca Cadelano e Alessandro Bortolindella sede di Padova hanno presentato il prototipo di uno strumento di monitoraggio sviluppato appositamente per gli ambienti scolastici. Questo dispositivo consente di valutare in tempo reale le variabili fisiche che caratterizzano l’ambiente indoor, tra cui temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità relativa, illuminamento, concentrazione di anidride carbonica, particolato e componenti organici volatili.
Gli edifici scolastici sono considerati spazi di lavoro dove si svolgono funzioni didattico-educative molteplici ed eterogenee. La qualità degli ambienti scolastici e l’elevato tasso di occupazione hanno un forte impatto sulla salute, sull’istruzione e sull’educazione. In particolare, la qualità dell’aria interna nelle aule scolastiche è tema di primaria importanza, per garantire la salute degli occupanti e un efficace apprendimento da parte degli alunni.
Partendo da questa premessa, i ricercatori del CNR-ISAC nei prossimi mesi saranno impegnati nell’ambito del progetto PNRR iNEST in un’attività di monitoraggio delle condizioni ambientali all’interno delle classi di alcuni istituti scolastici in collaborazione con ricercatori del Dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata (FISPPA) dell’Università di Padova. Il principale obiettivo è quello di investigare gli effetti delle condizioni ambientali interne sulle capacità di apprendimento degli studenti.
Durante la fiera i ricercatori hanno interloquito con docenti e altri addetti ai lavori del mondo della scuola, portando all’attenzione l’importanza di avere una buona qualità dell’ambiente interno sulla salute e sull’apprendimento degli studenti.
L’iniziativa è presente anche nella prima edizione del catalogo “Il CNR è a scuola”, realizzato dall’Unità Comunicazione del CNR. Il catalogo, che raccoglie i progetti e le iniziative realizzati dalla rete scientifica dedicate al mondo della scuola, è stato presentato nel corso della fiera.
Una ricerca congiunta dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr e le università di Bologna, Bari e Milano mostra come i tornado che si manifestano nel Nord Italia, e in particolare nella zona della Pianura Padana, si formino alla confluenza di tre masse d’aria con caratteristiche e provenienza diversa, con una dinamica simile a quella osservata nelle Grandi Pianure americane. Il risultato è pubblicato su Monthly Weather Review: permetterà di migliorare la previsione di questi fenomeni distruttivi
I tornado sul Nord Italia si formano spesso in corrispondenza di un “punto triplo”, cioè alla confluenza di tre masse d’aria provenienti da direzioni diverse e con caratteristiche differenti, come masse d’aria umida, secca e più fredda. È quanto ha messo in luce uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), in collaborazione con le Università di Bologna, Bari e Milano.
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica statunitense Monthly Weather Review, si focalizza sui fenomeni legati ai tornado che si verificano con particolare frequenza tra Lombardia ed Emilia-Romagna. Tra questi, un evento di notevole rilevanza è quello accaduto nel settembre 2021, dove si sono sviluppati sette tornado in poche ore, causando gravi danni in numerose località della Pianura Padana. Ben quattro di questi vortici sono stati classificati di grado F2 secondo la scala Fujita (che classifica i tornado da 0, debole, a 5, danni devastanti), mentre tre sono stati classificati di grado F1. Sebbene la Pianura Padana sia ritenuta un hot-spot per lo sviluppo di tornado in Europa, per via della complessa orografia della regione dove Alpi e Appennini modulano i flussi atmosferici nei bassi strati, la sequenza registrata ha rappresentato un evento inusuale, che ha spinto i ricercatori ad approfondire i meccanismi fisici che hanno portato alla genesi dei vortici.
“Lo studio delle osservazioni al suolo durante l’evento ha evidenziato come i tornado si siano sempre sviluppati a non più di 20-30 km di distanza da una dryline, ossia da un fronte di aria secca che discendeva dagli Appennini, e nei pressi di una discontinuità fredda generata da temporali sulla pedemontana alpina”, afferma Vincenzo Levizzani, dirigente di ricerca del Cnr-Isac. “Contemporaneamente, correnti da sud-est molto umide soffiavano dal Mar Adriatico verso la Pianura Padana. Significativamente, altri temporali, che si sono sviluppati durante quella giornata in Pianura Padana ma a distanza maggiore dal punto triplo, non hanno generato tornado”.
Particolarità dello studio è stato realizzare simulazioni numeriche ad alta risoluzione con il modello meteorologico MOLOCH, sviluppato presso l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima di Bologna (Cnr-Isac), allo scopo di simulare le supercelle che hanno generato i tornado. “Il modello è stato in grado di riprodurre correttamente lo sviluppo delle supercelle tornadiche e la complessa interazione dei flussi in superficie emersa dalle osservazioni”, aggiunge Silvio Davolio, professore presso l’Università degli Studi di Milano, associato al Cnr-Isac.
“Il modello ha rivelato una marcata rotazione del vento nelle vicinanze della dryline in relazione alla quota: da sud-est nei pressi del suolo, a sud-ovest sopra il primo chilometro. Questo peculiare profilo del vento ha generato la vorticità che porta allo sviluppo dei tornado”, osserva Mario Marcello Miglietta, professore presso l’Università degli Studi di Bari e associato di ricerca Cnr-Isac. “Inoltre, nei pressi del punto triplo si è accumulata molta umidità, che incrementa l’instabilità potenziale, un altro elemento importante per la genesi di questi fenomeni violenti”.
“Il modello concettuale proposto, ottenuto da un’approfondita analisi di osservazioni e simulazioni numeriche, è ispirato alla dinamica osservata negli Stati Uniti nella cosiddetta “Tornado Alley”, dove i tornado si formano alla confluenza di masse d’aria umida provenienti dal Golfo del Messico, masse d’aria secca dalle Montagne Rocciose e masse d’aria più fredda dal Canada. Nel caso della Pianura Padana si osserva qualcosa di simile, ma a scala molto più ridotta”, conclude Francesco De Martin, dottorando dell’Università di Bologna e primo autore dell’articolo.
Questo studio, grazie alla miglior comprensione delle dinamiche che generano i tornado, potrebbe contribuire a migliorarne le previsioni, anche se rimangono ancora caratterizzate da un certo grado di incertezza. Ancora oggi, infatti, è impossibile conoscere nel dettaglio se, dove e quando si svilupperà un tornado, anche a poche ore da un evento.
Le aree del Mar Mediterraneo interessate dalla formazione dei fenomeni naturali noti come uragani mediterranei o “Medicane” (dalla fusione dei termini inglesi MEDIterranean e hurriCANE) sono caratterizzate da una sensibile diminuzione di temperatura della superficie del mare qualche giorno prima della genesi di questi eventi estremi. Lo rivela uno studio coordinato dai ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra e Geo-Ambientali dell’Università Aldo Moro di Bari, svolto in collaborazione con l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Cnr-Isac), l’Università di Venezia Ca’ Foscari, l’Università di Catania, l’Università di Genova e l’Area Marina Protetta del Plemmirio.
La ricerca, recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale Nature – Scientific Reports, ha analizzato le temperature superficiali del Mediterraneo nei giorni precedenti la genesi di 52 differenti eventi di cicloni mediterranei avvenuti dal 1969 al 2023.
“Abbiamo selezionato tutti i cicloni con caratteristiche simil tropicali, generatisi nel Mediterraneo in un periodo di circa 50 anni, in confronto con i più intensi cicloni extratropicali che, nello stesso intervallo di tempo, hanno prodotto più danni lungo le aree costiere, ad esempio Vaia che nel 2018 ha avuto un forte impatto sulle coste settentrionali dell’Italia (oltre che sulle Alpi), ed Helios che nel 2023 ha causato ingenti effetti lungo le coste dello Ionio”, spiega Giovanni Scardino, giovane ricercatore del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari, primo autore della ricerca e che recentemente ha vinto un finanziamento di Ateneo per lo studio dei Medicanes (progetto ERC SEED Uniba dal titolo “Get aHead Of the MEdicanes: strategies for the COASTal environment – HOME-COAST). “Per analizzare le temperature superficiali del mare, prima e durante lo sviluppo di ognuno degli eventi ciclonici, abbiamo utilizzato dati satellitari e modelli di rianalisi estratti dal servizio “Copernicus Marine Environment Monitoring Service (CMEMS)” e dall’“European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF)”. Analizzando le differenze di temperatura della superficie del mare, registrate nei dieci giorni precedenti la ciclogenesi, abbiamo riscontrato una importante diminuzione (tecnicamente definita Thermal Drop), fino a 4°C nei casi più estremi. Questa peculiarità sembra essere caratteristica quasi esclusiva dei medicanes. Il fatto che tale fenomeno si manifesti qualche giorno prima del loro sviluppo potrebbe essere una forma di precursore di tali eventi che potrebbe comportare importanti considerazioni relative alla mitigazione del rischio costiero indotto dall’impatto degli Uragani mediterranei”.
Come afferma Mario Marcello Miglietta, ordinario di Fisica dell’Atmosfera all’Università di Bari e associato di ricerca del Cnr-Isac, co-autore della ricerca, “I medicanes sono un particolare gruppo di cicloni Mediterranei con caratteristiche simili ai cicloni tropicali. Essi si sviluppano in seguito a forte instabilità baroclina, come i normali cicloni delle medie latitudini (o extratropicali), ma poi si intensificano a seguito della forte interazione tra aria e mare, come i cicloni tropicali. I risultati dello studio hanno mostrato un comportamento peculiare dei medicane, che, se confermato su un più esteso dataset, potrebbe rappresentare uno strumento utile alla previsione dei medicane con alcuni giorni di anticipo”.
Lo studio è stato sviluppato nell’ambito delle attività di un progetto di Ricerca, finanziato all’interno del Pnrr, dal titolo ARCHIMEDE (MultidisciplinARy approaCH to better define vulnerability and hazard of MEDicanEs along the Ionian coasts of Sicily), di cui è responsabile Giovanni Scicchitano del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari. “Importante sarà verificare l’efficienza e la validità del Thermal Drop su un numero maggiore di eventi, soprattutto per quello che riguarda i cicloni Extra tropicali”, dichiara Scicchitano. “Altro elemento importante di sviluppo sarà quello di coinvolgere un numero sempre maggiore di gruppi di ricerca che studiano i medicanes ed i cicloni mediterranei in generale. Per far questo abbiamo già sviluppato una piattaforma pubblica Web Gis, sulla quale sono stati inseriti tutti i dati che abbiamo utilizzato finora nonché i dati recentemente pubblicati da altri gruppi di lavoro. L’intento è quello di sviluppare un sistema nel quale differenti gruppi di ricerca possano far confluire i loro dati e prelevarne altri che possano essere di loro interesse. Al contempo stiamo sviluppando un algoritmo di Intelligenza Artificiale capace, dall’analisi di parametri precursori quali il thermal drop e di dati fisiografici delle zone costiere, di definire in anticipo le aree che potrebbero essere maggiormente vulnerabili durante lo sviluppo di un medicane”.
Gli autori di questo lavoro, appartenenti all’Università di Bari (Giovanni Scardino, Gaetano Sabato, Alok Kushabaha e Giovanni Scicchitano), all’Università di Bari e al Cnr-Isac (Marcello Miglietta), all’Università di Venezia Ca’ Foscari (Elisa Casella, Alessio Rovere), all’Università di Catania (Alfio Marco Borzì, Andrea Cannata), all’Università di Genova (Giovanni Besio) e all’Area Marina Protetta del Plemmirio (Gianfranco Mazza) hanno mostrato come l’utilizzo dei dati satellitari inerenti le temperature superficiali del mare possono essere usate come precursore degli Uragani Mediterranei.
Il 9 aprile 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha giudicato che contrastare gli effetti del cambiamento climatico rientra tra i doveri degli stati per garantire il “diritto al rispetto della vita privata e familiare”.
Per la prima volta un tribunale internazionale ha stabilito che uno stato è obbligato a raggiungere gli obiettivi sul clima definiti dai trattati internazionali, come l’Accordo sul clima di Parigi del 2015 che prevede di mantenere l’aumento delle temperature medie globali sotto gli 1,5°C rispetto all’epoca pre-industriale.
In questo caso, la sentenza arriva a seguito del ricorso presentato dall’associazione “Anziane per il clima” contro la Svizzera per inazione di fronte ai cambiamenti climatici. La decisione è vincolante per tutti i 46 Paesi membri del Consiglio d’Europa, tra cui l’Italia.
“Con questa decisione, la Cedu riconosce che mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici è un diritto umano”, dichiara Maria Cristina Facchini, direttrice dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR e presidente della Società italiana per le scienze del clima. “A questa decisione storica, è ora necessario che seguano scelte politiche più adeguate a livello locale, nazionale e internazionale per contrastare efficacemente gli effetti del cambiamento climatico in corso a causa antropica, garantendo quanto stabilito dalla Corte e dai trattati. La politica in tutto il mondo deve tenere conto anche dei risultati della ricerca, comprese le implicazioni sul piano sociale ed economico”.
Prosegue la Direttrice, “L’ultimo rapporto dell’IPCC ci mostra che le continue emissioni globali di gas serra porteranno a un aumento del riscaldamento globale, raggiungendo nel breve periodo un aumento di +1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Per restare al di sotto di questa soglia serve una riduzione rapida e sostenuta nel tempo delle emissioni clima-alteranti in tutti i settori entro questo decennio. Il nostro futuro dipende dalle scelte che faremo in questo breve lasso di tempo”
Dal 20 al 22 marzo 2024 presso la Fortezza da Basso di Firenze si terrà la Fiera Didacta Italia. L’evento rappresenta il punto d’incontro principale per chi si occupa di educazione, formazione e didattica nel nostro Paese. Saranno presenti espositori, conferenze, seminari e un’area dedicata alla musica e al suono.
La presenza dei ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) a Didacta Italia 2024 sottolinea l’impegno e l’eccellenza nel campo dell’educazione scolastica, insieme a ricerca e innovazione. La partecipazione di gruppi di ricerca provenienti da tutta Italia, con più di novanta ricercatori e oltre venti gruppi rappresentati, è un indicatore del rilievo attribuito all’interno dell’Ente a questo settore.
All’evento parteciperà anche l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR (CNR-ISAC), presentando innovazioni nel miglioramento degli edifici scolastici, con un particolare focus sull’importanza della qualità dell’ambiente e del microclima all’interno delle aule. Utilizzando tecnologie di monitoraggio all’avanguardia e metodologie di studio innovative, il CNR-ISAC punta a coinvolgere studenti e insegnanti in esperienze che mirano a comprendere il modo in cui la qualità dell’aria e il comfort termo-igrometrico influenzano non solo le performance energetiche dell’edificio ma soprattutto le capacità cognitive e di apprendimento degli studenti.
I ricercatori Gianluca Cadelano e Alessandro Bortolin della sede di Padova del CNR-ISAC presenteranno il prototipo di uno strumento di misurazione sviluppato appositamente per questo scopo. Questo dispositivo consente di valutare in tempo reale le variabili fisiche che caratterizzano l’ambiente indoor, tra cui temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità relativa, illuminamento, concentrazione di anidride carbonica, particolato e componenti organici volatili.
L’obiettivo è quello di comprendere come i giovani studenti percepiscono a livello psico-fisico gli effetti dell’ambiente dell’aula, con risultati che possono differire significativamente dalle aspettative degli adulti.
Queste e altre tematiche saranno sviluppate nel contesto del progetto PNRR Inest, con lo Spoke 5 che in particolare ha l’obiettivo condiviso di sviluppare sistemi e ambienti di vita e di lavoro innovativi, intelligenti, sostenibili e guidati dal digitale, all’interno di un quadro di progettazione incentrato sull’uomo. La partecipazione del CNR-ISAC all’evento Didacta rappresenta un’opportunità unica per informarsi sulle nuove frontiere nella progettazione degli spazi educativi e per promuovere un ambiente di apprendimento ottimale e sostenibile per le future generazioni.
Febbraio 2024 è il mese di febbraio più caldo mai registrato a livello mondiale, come dichiarato dal Programma di osservazione della Terra dell’Unione europea ‘Copernicus’.
<em>copernicus.eu</em>
È il nono mese consecutivo che risulta essere il più caldo mai registrato per il rispettivo mese, registrando per gli ultimi 12 mesi la temperatura media globale più alta mai registrata. A livello di temperatura media globale giornaliera, sono stati raggiunti i 2°C sopra i livelli preindustriali per quattro giorni di fila.
<em>copernicus.eu</em>
È record anche per la temperatura della superficie del mare. La media globale per febbraio 2024 (21,06°C) è la più alta per ogni mese nel dataset.
<em>copernicus.eu</em>
Anche in Italia il mese di febbraio del 2024 è il più caldo mai registrato dal 1800 a oggi, con un’anomalia di +3,09°C rispetto alla media del periodo 1991-2020.
<em>Anomalie febbraio 2024 (isac.cnr.it)</em>
Secondo i dati di Copernicus inoltre, la stagione invernale 2023-2024 dell’emisfero boreale è stata la più calda a livello globale, mentre in Europa la temperatura è stata la seconda più calda mai registrata. In Italia, l’inverno 2024 è stato il più caldo mai registrato dal 1800 a oggi, con un’anomalia di +2,19°C rispetto alla media del periodo 1991-2020.
Il CNR-ISAC ha contribuito a una ricerca coordinata dal National Institute of Environmental Studies (NIES) del Giappone che ha proposto, per la prima volta, un approccio innovativo per valutare mediante una visione di insieme i dati relativi alle emissioni anidride carbonica.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letter, dimostra come un modello climatico ad alta risoluzione di nuova generazione, combinato all’uso di una rete di misurazioni terrestri disponibili a livello regionale, permetta di ottenere stime ragionevoli delle emissioni di anidride carbonica (CO2) sia di origine antropica che naturale.
Il gruppo di ricerca ha preso in considerazione i set di dati elaborati dal 2015 al 2019 da diverse reti di monitoraggio, tra cui quelle dall’osservatorio italiano “O. Vittori”, posto sul Monte Cimone. Tale laboratorio, gestito dal CNR-ISAC in stretta collaborazione con il CAMM Monte Cimone dell’Aeronautica militare, raccoglie informazioni importanti sui gas a effetto serra, utilizzate per diversi studi sul clima ed è parte dell’Infrastruttura di Ricerca europea Integrated Carbon Observation System – ICOS.
“Lo studio è stato possibile grazie all’acquisizione delle misure in situ sempre più consistenti e accurate e allo sviluppo di modelli climatici più precisi”, afferma Pamela Trisolino del CNR-ISAC, coautrice dell’articolo. “I risultati ottenuti consentiranno di ottenere stime più precise relative agli scambi e alle emissioni di anidride carbonica e, di conseguenza, raggiungere previsioni ambientali maggiormente accurate così contribuendo a fornire un supporto alle politiche di mitigazione del clima”.
La ricerca è stata supportata dalla Joint Research Unit “ICOS Italia”, finanziata dal Ministero dell’università e della ricerca (MUR) attraverso il Dipartimento di scienze del sistema Terra e tecnologie per l’ambiente del CNR e dal progetto “Progetto nazionale Rafforzamento del Capitale Umano CIR01_00019 – PRO–ICOS–MED “Potenziamento della rete di osservazione ICOS-Italia nel Mediterraneo – Rafforzamento del Capitale Umano” (finanziato dal MUR).
ATMO-ACCESS offre l’accesso a 61 delle principali strutture europee per la ricerca atmosferica nell’ambito dell’attuale 7° e ultimo bando. Tra queste, gli utenti possono accedere alla struttura del Monte Cimone – Valle del Po (CMN-PV) del CNR-ISAC.
È possibile accedere alle strutture di persona, da remoto o in forma ibrida, che combina l’accesso fisico con quello remoto. L’accesso a qualsiasi struttura di ATMO-ACCESS è fornito agli utenti senza alcun costo per l’uso dell’infrastruttura, della strumentazione o del supporto di esperti.
Tutte le informazioni relative al bando e le modalità di candidatura sono disponibili sul sito web: https://www.atmo-access.eu/7th-call-for-access/.
Se siete interessati a proporre un esperimento sul campo (di persona o da remoto) presso la struttura CMN-PV e volete discutere i dettagli dell’accesso e le modalità pratiche prima di presentare la domanda ufficiale di TNA, contattate atmo-access@isac.cnr.it. Esempi di argomenti scientifici di ampio respiro (ma non solo) da proporre possono essere relativi a:
aerosol atmosferici
gas reattivi
gas a effetto serra non-CO2
nebbia e nuvole.
L’accesso alla struttura CMN-PV può essere fisico o da remoto. Con l’accesso fisico, i gruppi di ricerca stranieri accedono fisicamente alla struttura Valle del Po (o a un singolo componente della struttura) per eseguire l’esperimento proposto. Con l’accesso remoto, i gruppi di ricerca stranieri possono accedere da remoto alla strumentazione installata presso la struttura Valle del Po (o presso un singolo componente della struttura) e ai dataset prodotti dalla strumentazione del CNR-ISAC. Esiste anche la possibilità che gruppi di ricerca stranieri spediscano le loro strumentazioni alla struttura e che il CNR-ISAC si occupi dell’installazione.
Il documentario diretto da Edoardo Morabito L’avamposto racconta la battaglia sostenuta da Christopher Clark, un “eco-guerriero” scozzese che mira a salvaguardare la foresta Amazzonica, minacciata da incendi che rischiano di distruggere questo enorme e prezioso patrimonio naturale.
Nella scheda del film, L’Almanacco della Scienza del CNResamina, con Paolo Cristofanelli e Maura Baudena del CNR-ISAC, gli effetti delle fiamme e della deforestazione sul clima e sull’ambiente.
Gli incendi della foresta Amazzonica infatti, oltre a ridurne progressivamente l’estensione, provocano danni sulla qualità dell’aria e sul clima. “La combustione della vegetazione libera in atmosfera, oltre all’anidride carbonica, molte altre specie chimiche, fra cui il monossido di carbonio, gli ossidi di azoto e grandi quantità di aerosol atmosferico. Le specie prodotte direttamente dalla combustione possono ulteriormente interagire in atmosfera, producendo ozono e altri inquinanti secondari” – spiega Paolo Cristofanelli – “È per questa ragione che gli incendi, in funzione della loro estensione, della quantità e tipologia di materiale bruciato e dell’efficienza della combustione influenzano la composizione dell’aria su estese aree spaziali, con impatti sulla salute umana e sulla variabilità del quantitativo atmosferico di sostanze clima-alteranti”.
Per Mara Baudena invece, “Gli incendi sono solo un sintomo di un problema ben più ampio. La foresta Amazzonica, molto umida, non brucerebbe naturalmente, le aree deforestate invece sono da un lato più suscettibili in quanto molto aperte e piene di legno degli alberi abbattuti; dall’altro il fuoco viene anche usato per portare avanti la deforestazione. È quindi più facile che gli incendi avanzino anche nella foresta vergine dalle vicine aree deforestate, favoriti dalle siccità, che sono sempre più comuni a causa del cambiamento climatico in corso”.
In tutto il mondo i ghiacciai si stanno ritirando a una velocità senza precedenti. Questo sta comportando la perdita delle informazioni riguardanti la storia del clima e dell’ambiente in essi contenute.
A perdere la memoria sono anche i ghiacciai dell’arcipelago delle Svalbard, nel Circolo polare artico. A dimostrarlo per la prima volta è uno studio internazionale pubblicato sulla rivista The Cryosphere. La ricerca è guidata da ricercatori e ricercatrici dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-ISP) e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Hanno partecipato anche l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR e l’Università di Perugia.
Dal 2012 al 2019, il gruppo di ricerca ha studiato l’evoluzione del ghiacciaio dell’Holtedahlfonna, uno dei più elevati dell’arcipelago delle Svalbard, scoprendo che il segnale climatico, visibile nel 2012, era completamente scomparso nel 2019. “I ghiacciai a queste quote – con l’attuale tasso di riscaldamento e l’aumento della fusione in estate – rischiano di perdere le informazioni climatiche registrate al loro interno, compromettendo la ricostruzione del cambiamento climatico affrontato dalla Terra nel corso del tempo” – spiega Andrea Spolaor del CNR-ISP – “Dobbiamo pensare agli strati di ghiaccio come a pagine di un manoscritto antico che gli scienziati sono in grado di interpretare. Anche se le evidenze del riscaldamento atmosferico sono ancora conservate nel ghiaccio, il segnale climatico stagionale è andato perduto”. La speranza della comunità scientifica è che i campioni estratti da carote di ghiaccio profonde contengano ancora informazioni climatiche rappresentative della regione.
L’1 e il 2 febbraio, l’Università di Bologna ha ospitato la prima scuola di formazione rivolta a studenti universitari, dottorandi, post-doc e giovani ricercatori, con l’obiettivo di condividere strumenti innovativi per la simulazione, l’interpretazione e l’analisi dei dati della missione FORUM.
La scuola è stata organizzata nell’ambito di FIT-FORUM (Forward and Inverse Tool for FORUM), tra i progetti del programma promosso dall’Unità osservazione della Terra dell’Agenzia spaziale italiana “Attività di ricerca scientifica a supporto dello sviluppo delle missioni di Osservazione della Terra”.
FIT-FORUM ha l’obiettivo di supportare le attività scientifiche italiane relative alla missione FORUM, prossima Earth Explorer 9 dell’Agenzia spaziale europea. Il progetto si pone anche lo scopo di formare il personale reclutato, non solo al fine di utilizzare raffinati tools di analisi di dati satellitari nell’infrarosso, ma anche di operare al loro aggiornamento ed avanzamento. In un tale contesto, la scuola rappresenta un momento di formazione, incentivo alla ricerca e connessione per i futuri scienziati.
Partecipano al progetto anche l’Università degli Studi della Basilicata e quattro istituti del CNR: l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima, l’Istituto per le applicazioni del calcolo “Mauro Picone”, l’Istituto di fisica applicata ‘Nello Carrara’ e l’Istituto nazionale di ottica.
Si conclude oggi 8 febbraio il 5° Congresso nazionale dell’Associazione italiana di scienze dell’atmosfera e meteorologia (AISAM), co-organizzato dall’Università del Salento e dal CNR-ISAC.
Il Congresso si è svolto a Lecce, presso la sede dell’Università del Salento, dal 5 all’8 febbraio. Un momento di incontro per la comunità scientifica italiana che si occupa a vario titolo di scienze dell’atmosfera, meteorologia e climatologia, che si configura come occasione preziosa per promuovere una riflessione su tematiche mai come ora attuali e urgenti.
Nelle giornate del Congresso sono stati organizzati anche gli eventi Il tempo che cambia, rivolto alle scuole, ed Eventi estremi e cambiamento climatico – Parliamone con gli esperti, aperto al pubblico.
Perché piove in un certo momento? Come mai le precipitazioni sono sempre diverse? A volte veniamo investiti da acquazzoni di breve durata, altre volte la pioggia è leggera e prosegue anche per ore e ore: come facciamo allora a dire che è piovuto poco o tanto? Come quantifichiamo la pioggia?
Capire il funzionamento delle precipitazioni non significa solo riuscire a interpretare le previsioni del tempo, ma esplorare il meccanismo che sta alla base dell’esistenza di flora e fauna sul nostro pianeta. Saperne di più ci permette di preservare le dinamiche estremamente delicate che rendono possibile la vita sulla Terra.
Il Programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea ‘Copernicus’ ha registrato livelli eccezionalmente elevati delle temperature globali nel 2023, potendo definire l’anno appena trascorso come il più caldo mai registrato.
<em>copernicus.eu</em>
Nel comunicato del 9 gennaio 2023, Copernicus dichiara che il suo Servizio per il cambiamento climatico “ha monitorato diversi indicatori climatici chiave durante il corso dell’intero anno, riportando condizioni da record, come, per esempio, il mese più caldo mai registrato e le medie giornaliere della temperatura globale che hanno brevemente superato i livelli pre-industriali di oltre 2°C. Le temperature globali senza precedenti registrate a partire da giugno hanno portato il 2023 a diventare l’anno più caldo mai registrato, superando di gran lunga il 2016, il precedente anno più caldo. Il rapporto Global Climate Highlights 2023, basato principalmente sul set di dati di rianalisi ERA5, presenta una sintesi generale degli estremi climatici più rilevanti del 2023 e dei principali fattori che li determinano, come le concentrazioni di gas serra, El Niño e altre variazioni naturali.”
<em>copernicus.eu</em>
Anche in Italia il 2023 è stato un anno estremamente caldo. Con un’anomalia di +1.12°C rispetto alla media del trentennio 1991-2020, risulta il secondo più caldo dopo il 2022, che segnò un’anomalia di +1.16°C.
In Italia, le temperature degli ultimi due anni hanno superato di quasi mezzo grado le temperature di tutti gli anni precedenti fino al 1800, primo anno disponibile.
Se consideriamo i 10 anni più caldi per il nostro Paese, 8 di questi sono negli ultimi 10 anni e 19 dei 20 anni più caldi dal 1800 ad oggi sono nel nuovo millennio.
<em>isac.cnr.it</em>
“Questa anomalia, se presa da sola, non ha un significato particolare” – dichiara Michele Brunetti, ricercatore CNR – ISAC – “Se vista però in un contesto di lungo periodo, il continuo succedersi di anomalie del medesimo segno e sempre più pronunciate non fa che confermare la tendenza verso un progressivo innalzamento della temperatura media.”
Sul numero di novembre 2023 della Rivista del Club alpino italiano (CAI) si parla del progetto CAI-CNR “Rifugi montani sentinelle del clima e dell’ambiente”.
I ricercatori del CNR coinvolti, Paolo Bonasoni e Silvio Davolio dell’ISAC CNR, Guido Nigrelli dell’IRPI CNR, Luigi Mazzari Villanova del DSSTTA CNR, insieme a Giovanni Margheritini, membro del Comitato scientifico centrale del CAI, e Marcello Borroni della Struttura operativa rifugi e opere alpine, presentano il punto della situazione del progetto.
“I nostri ghiacciai alpini si sono ridotti del 60% nell’ultimo secolo, facendo diminuire anche le riserve idriche destinate ai fiumi, all’agricoltura e alla produzione idroelettrica; la neve sulle nostre montagne dura meno e penalizza l’industria turistica invernale”, si legge nell’articolo. In questo contesto, nasce e si sviluppa “Rifugi montani sentinelle del clima e dell’ambiente”, rete di rifugi montani per il monitoraggio del clima e dell’ambiente diffuso sul territorio nazionale, che a pieno compimento conterà 21 rifugi CAI e 4 osservatori CNR.
Tra i suoi compiti, la rete punta a rafforzare il ruolo di presidio culturale dei rifugi montani come luoghi di monitoraggio meteo-climatico e ambientale, migliorare il monitoraggio meteorologico
rendendolo fruibile in tempo reale sull’intera dorsale del progetto, promuovere studi su scala locale riguardo aspetti correlati al clima. A questo si aggiunge l’obiettivo di promuovere i rifugi montani come luoghi per la divulgazione scientifica “sul campo”, destinata ai frequentatori per sensibilizzare e divulgare come l’ambiente montano sia fragile, sottolineando l’importanza di una frequentazione rispettosa e consapevole.
Il progetto è realizzato nell’ambito dell’Accordo quadro CNR-CAI, siglato nella Giornata Internazionale della Montagna del 2019 per individuare e sviluppare un portafoglio di programmi di ricerca, formazione, trasferimento tecnologico e altre iniziative comuni di collaborazione scientifica.
“Spesso le storie più belle iniziano da un sogno. Il mio di sogno è stato quello di diventare una Scienziata”
Inizia così lo speech “In viaggio oltre le nuvole” di Alessia Nicosia, ricercatrice CNR – ISAC, il 30 novembre all’edizione di TEDx Castelfranco Veneto Trame. Alessia racconta il percorso che l’ha portata a realizzare questo sogno per ispirare altre donne e ragazze verso percorsi scientifici, accompagnandoci nell’altro percorso degli aerosol atmosferici: “micro-oggetti in sospensione nell’aria con un macro-impatto sul nostro pianeta”.
Il viaggio dell’aerosol, spiega Alessia, può essere molto lungo e arriva a influenzare le nuvole, creando fili invisibili che uniscono ogni compartimento della Terra. Particolari aerosol, come quelli dei deserti, contribuiscono alla formazione dei cristalli di ghiaccio in atmosfera. Grazie al lavoro dei ricercatori è poi possibile studiare il ghiaccio che si deposita nei ghiacciai, scoprendo informazioni importanti sulle atmosfere passate del nostro pianeta: “decifrare il passato per avere chiavi per il futuro”.
Alessia Nicosia è Dottore di ricerca in Fisica e si occupa dello studio degli aerosol atmosferici. Ha partecipato alla XVIII campagna invernale del PNRA, il Programma nazionale di ricerche in Antartide che vede il supporto scientifico del CNR.
Il 15 novembre 2023 ha avuto luogo presso il Grand Hotel Excelsior a La Valletta (Malta) la conferenza finale del progetto Horizon 2020 GEO4CIVHIC, coordinato da ISAC nella persona di Adriana Bernardi. Il progetto, iniziato nell’aprile 2018, si concluderà il 30 novembre 2023.
GEO4CIVHIC, acronimo di “Most easy efficient and low cost geothermal systems for retrofitting civil and historical buildings” (Grant Agreement n°792355), è un progetto che ha avuto come obiettivo la ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative per lo sfruttamento della geotermia a bassa entalpia nei contesti urbani.
La partnership del progetto comprende 19 partners provenienti da 10 nazioni europee.
Il progetto ha seguito un approccio olistico affrontando ogni aspetto relativo ai sistemi geotermici.
Nella prima fase sono stati analizzati limiti e barriere riguardanti la riqualificazione degli edifici e l’applicazione della geotermia a bassa entalpia nei contesti urbani. Le restrizioni più comuni sono, negli edifici storici, il divieto di installare pannelli solari e di sostituire l’impianto di riscaldamento esistente, oltre alla ristrettezza degli spazi tipica dell’ambiente urbano.
La seconda fase è stata caratterizzata dallo sviluppo di soluzioni tecnologiche innovative per ogni componente di un sistema geotermico, come macchine e attrezzature per la perforazione, pompe di calore, sonde geotermiche.
È stata sviluppata una macchina di perforazione compatta e versatile capace di operare efficacemente negli spazi ristretti o difficili da raggiungere. In aggiunta, sono state progettate attrezzature e tecnologie di perforazione che consentono di operare con tempi rapidi su suoli di varia consistenza.
Parallelamente, sono state studiate sonde geotermiche più performanti e meno invasive rispetto allo stato dell’arte, con l’obiettivo di estrarre dal terreno la stessa energia con una lunghezza inferiore o un numero minore di sonde.
Inoltre, sono state sviluppate diverse tipologie di pompe di calore al fine di superare le limitazioni legate a edifici sottoposti a vincolo architettonico e agli spazi ristretti presenti nei centri abitati, nonché di ridurre i costi della riqualificazione. Le pompe di calore sono state progettate in modo da operare con elevata efficienza con sistemi di riscaldamento ad alta e a bassa temperatura, nel caso di mantenimento completo o parziale dell’impianto esistente, tipicamente costituito da radiatori nel caso degli edifici storici. È stato sviluppato anche un prototipo che utilizza sia il terreno che l’aria come fonti termiche, nel caso vi siano restrizioni di spazio per un sufficiente numero di sonde geotermiche, sia di budget per l’installazione delle sonde stesse.
In parallelo, è stato sviluppato un pacchetto di software e tools dedicati alla progettazione dei sistemi geotermici, allo scopo di facilitare il lavoro degli esperti e semplificare il processo di installazione.
Nella terza fase sono state installate e monitorate le soluzioni tecnologiche sviluppate nella fase precedente in tre siti pilota (tra cui il CNR di Padova) e in quattro siti reali caratterizzati da differenti contesti urbani, climi e sottosuoli. Inoltre, le soluzioni del progetto sono state applicate “virtualmente” in 12 edifici mediante simulazioni energetiche e studi di fattibilità.
Le attività di comunicazione e disseminazione sono state parallelamente condotte lungo tutta la durata del progetto. Tra le iniziative di disseminazione, va menzionata la creazione di centri di eccellenza in quattro sedi europee: “European Center of Excellence (EcoE) for Shallow Geothermal Application in Civil and Historical Buildings” (Centro Europeo di Eccellenza per l’applicazione della geotermia a bassa entalpia negli edifici civili e storici). L’ECoE ha quattro sedi ospitate presso i partners del progetto membri dell’organizzazione:
Università di Padova a Padova, Italia (ECoE per l’Europa Meridionale);
Romanian GeoExchange Society a Oradea, Romania (ECoE per l’Europa Orientale);
Friedrich-Alexander University a Erlangen, Germania (ECoE per l’Europa Settentrionale);
Polytechnic University of Valencia a Valencia, Spagna (ECoE per l’Europa Occidentale).
L’ECoE è stato istituito allo scopo di fornire formazione di alto livello agli stakeholders del settore della geotermia (geologi, perforatori, progettisti, ricercatori) e continuerà ad operare anche dopo la fine del progetto. Per ulteriori approfondimenti si rimanda al seguente link: https://geo4civhic.eu/european-centers-of-excellence/
Il progetto è stato prorogato di 20 mesi rispetto all’originaria scadenza prevista per il 31 marzo 2022 a causa della pandemia Covid-19. Infatti, le restrizioni ai viaggi legate alla pandemia hanno seriamente impattato sulla fase dimostrativa del progetto.
Nonostante le difficoltà incontrate a causa della pandemia, il progetto è stato portato a termine con successo, riuscendo ad aprire nuove prospettive per l’utilizzo della geotermia nei contesti urbani. La fase dimostrativa ha confermato la fattibilità delle soluzioni tecnologiche introdotte: il monitoraggio dei sistemi geotermici installati nei siti dimostrativi ha evidenziato performance soddisfacenti, dimostrando come la geotermia a bassa entalpia possa essere una soluzione efficace per la decarbonizzazione degli edifici storici e civili anche in contesti impegnativi come i centri urbani.
L’ESA ha raggiunto una pietra miliare significativa nel suo impegno per una più profonda comprensione dei processi dinamici della Terra e per affrontare le pressanti sfide ambientali con la selezione di due nuove missioni spaziali, Cairt e Wivern, che sono state approvate per la fase successiva di sviluppo come parte del processo di realizzazione del programma satellitare ESA “Earth Explorer” serie 11.
Gli Earth Explorer dell’ESA, sviluppati nell’ambito del programma FutureEO, promuovono l’eccellenza scientifica attraverso lo sviluppo di missioni innovative che indagano vari aspetti dell’ambiente terrestre. In particolare, “Wivern” (abbreviazione di Wind velocity radar nephoscope) fornirebbe le prime misurazioni del vento all’interno delle nuvole e delle precipitazioni. Fornirà inoltre profili di pioggia, neve e ghiaccio. Con il primo radar Doppler spaziale a doppia polarizzazione, a scansione conica, a 94 GHz e con un’area di osservazione a terra di 800 km, la missione migliorerà le previsioni meteo per eventi estremi e fornirà nuove informazioni su di essi. “Wivern” promette di contribuire ai record climatici in termini dei profili in nube e delle precipitazioni.
“Wivern” ha un forte coinvolgimento italiano con il Politecnico di Torino (Prof. Alessandro Battaglia) che sta guidando gli aspetti relativi al simulatore radar end-to-end di Wivern e il Cnr-Isac (Dott. Mario Montopoli) che fa parte del gruppo scientifico consultivo della missione. L’Agenzia Spaziale Italiana sta inoltre sostenendo “Wivern” attraverso un finanziamento al Politecnico di Torino e al Cnr-Isac nell’ambito di un programma di ricerca per sviluppare e perfezionare i prodotti di livello 2 di “Wivern”.
Il 18 novembre a Roma, in occasione dell’evento celebrativo finale del Centenario Cnr, è stato presentato e condiviso su tutta la rete nazionale dagli istituti coinvolti il video
“300×100 protagoniste della ricerca”
Uno sguardo sulla vitalità e il talento delle ricercatrici CNR, per sottolineare la ricchezza di esperienze e competenze che caratterizzano la comunità scientifica dell’Ente.
Il progetto è stato creato utilizzando il materiale raccolto con la campagna social #womenatcnr
Le partecipanti, comprese le ricercatrici ISAC, hanno descritto il loro ruolo nella ricerca condividendo un breve messaggio e una foto pubblicati sui social media con l’hashtag #womenatCNR. L’iniziativa è stata lanciata l’11 febbraio 2023 dalla Presidente Carrozza, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza promossa dall’UNESCO. La molteplicità e diversità di figure femminili può ispirare le giovani generazioni a intraprendere percorsi di studio scientifici, immaginando un futuro senza limiti, lontano dagli stereotipi associati al ‘mestiere di scienziato’.
Il 15 Novembre 2023, nella sede di Bologna dell’istituto ISAC si e’ tenuta la riunione iniziale del progetto ‘Long Lived greenhouse gas PrOducts Performances (LOLIPOP)’ che si inserisce nella lunga serie di progetti della ‘Climate Change Initiative’ dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Il progetto e’ guidato dalle Dr. Bianca Maria Dinelli ed Elisa Castelli (CNR-ISAC sede di Bologna) e coinvolge 10 istituti (fra i quali CNR-ISAC e CNR-IFAC) di 6 nazioni consorziate ESA (Italia, Belgio, Canada, Francia, Germania e Regno Unito). Lo scopo del progetto e’ capire se la qualità delle misure satellitari esistenti dei gas serra (con esclusione di anidride carbonica e metano) e’ sufficiente per poter creare un dataset comune da essere usato direttamente nei modelli di previsione meteorologica e climatica e quale potrebbe essere l’impatto del loro uso diretto nelle prestazioni di questi modelli.
Il 16 novembre, si è svolto un incontrotra ARPA Sicilia, CNR-ISAC e la cittadinanza di Augusta, promosso dal Comitato Stop Veleni, per fare il punto sulle molestie olfattive ed il progetto NOSE – Network for Odour SEnsitivity. Ricerca scientifica e Citizen Science per la identificazione dei miasmi olfattivi in Sicilia, presso la sede del Comune.
Il progetto, nato nel 2019 dalla collaborazione tra ARPA Sicilia e CNR-ISAC, ha lo scopo di supportare la gestione delle problematiche ambientali legate alle molestie olfattive nel territorio siciliano, questo grazie alla webapp NOSE,sviluppata dal CNR-ISAC che ha permesso di raccogliere in tempo reale ed in forma del tutto anonima le segnalazioni delle molestie olfattive che ricadono in una area georeferenziata relativa ai territori monitorati. NOSE è finanziato totalmente e unicamente da capitale pubblico.
Nel comprensorio di Siracusa, i cittadini che si sono registrati a NOSE fino ad ora sono 4636, mentre il numero di segnalazioni ricevute sono state oltre 17000. Da settembre di quest’anno NOSE ha ricevuto oltre 2000 segnalazioni, quasi la metà di quelle registrate in tutto il 2023, probabilmente dovute ad una maggior sensibilizzazione di chi abita il territorio, ma anche a un intensificarsi di eventi emissivi segnalati dai cittadini e registrati dal sistema NOSE e monitorati da ARPA Sicilia, anche con i sistemi ODORPREP.
Durante l’evento, trasmesso in diretta streaming, sono stati presentati i dati sugli inquinanti monitorati da ARPA Sicilia. Hanno relazionato di qualità dell’aria nell’Aerca di Siracusa e dello stato dell’arte del progetto di Citizen Science e dell’App Nose i responsabili di Arpa Sicilia Anna Maria Abita e Lucia Basiricò, e Paolo Bonasoni per CNR-ISAC.
Uno studio, coordinato dal Cnr-Isac e svolto in collaborazione con l’Università ‘Sapienza’ di Roma e le Università ‘Bicocca’ e ‘La Statale’ di Milano, dimostra che l’esposizione a nanoparticelle da traffico veicolare in ambiente urbano può generare risposte pro-infiammatorie nell’epitelio polmonare anche a basse concentrazioni di materiale particolato fine, le cosiddette polveri sottili.
L’8 e 9 novembre l’AREA CNR di Bologna ospiterà il XX Convegno de “Il Linguaggio della Ricerca”, progetto di divulgazione scientifica promosso e realizzato dall’Area Territoriale di Ricerca del CNR di Bologna, diventato ora progetto nazionale con il coinvolgimento di 10 regioni italiane. Hanno partecipato alle attività di formazione e divulgazione di questa edizione anche ricercatrici e ricercatori CNR-ISAC (Franco Belosi, Paola De Nuntiis, Bianca Maria Dinelli, Francesco). Tampieri, .
Durante le due iniziative, in programma dalle ore 9 alle 13 nella sede del CNR di Bologna, verranno premiati i lavori realizzati durante l’anno scolastico 2022-2023 dagli studenti e dalle studentesse delle scuole medie (Guarda la diretta dell’8 novembre)e superiori (Guarda la diretta del 9 novembre) non solo dell’Emilia Romagna ma anche di Genova, Firenze e Palermo. Gli eventi si svolgeranno in presenza ma saranno visibili anche in diretta streaming su YouTube
Inoltre, nel pomeriggio del 9 novembre, la sede dell’Area CNR di Bologna aprirà le sue porte anche a molteplici attività per festeggiare i 20 anni del progetto LdR e i 100 del CNR. Grazie al contributo di ricercatrici e ricercatori della rete nazionale LdR e di alcune scuole secondarie di II grado si svolgeranno infatti workshop, seminari e stand animati dalla rete nazionale LdR.
Verranno inoltre effettuate le premiazioni del Video-Contest lanciato da ISOF in occasione delle celebrazioni del Centenario del CNR.«100 Anni di Futuro»
A 100 ANNI DALLA NASCITA DEL CNR: SEMPRE PIU’ RICERCA a cura di CNR / Consiglio Nazionale delle Ricerche
La 26a edizione di Expo Scuola si sta avvicinando, e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) nell’anno del suo centenario sarà presente all’evento che si svolgerà alla Fiera di Padova, dal 9 all’11 novembre. L’Expo Scuola sarà un’occasione unica per i giovani studenti e gli educatori di entrare in contatto con la ricerca all’avanguardia e di ispirare le future generazioni di scienziati e ricercatori.
L’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del CNR sarà uno degli istituti partecipanti all’evento, con il tema “Valutazione del comfort termico e della qualità dell’aria negli spazi lavorativi e scolastici indoor”. Tuttavia, questa presentazione non si limiterà a parole e concetti teorici; al contrario, i ricercatori Gianluca Cadelano e Alessandro Bortolin mostreranno in funzione un innovativo sistema portatile di monitoraggio delle condizioni ambientali indoor, sviluppato proprio all’interno dell’istituto.
Questo sistema di monitoraggio rappresenta un passo avanti significativo nella valutazione delle condizioni ambientali all’interno di spazi lavorativi e scolastici. È in grado di rilevare con precisione il comfort termico, la qualità dell’aria e altri parametri cruciali che influenzano il benessere delle persone all’interno di questi ambienti, proponendo in tempo reale delle soluzioni migliorative.
I ricercatori di ISAC CNR nei prossimi mesi saranno impegnati nell’ambito del PNRR iNEST concentrandosi sull’importante attività di monitoraggio delle condizioni ambientali all’interno delle classi di alcuni istituti scolastici della provincia di Padova. Questo progetto va oltre la semplice valutazione del comfort termico e della qualità dell’aria; esso mira anche a comprendere in che modo queste condizioni influiscano sul benessere di studenti e insegnanti, e come possano incidere sulle performance di apprendimento degli studenti stessi. Collaborando con specialisti dell’Università di Padova del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA), ISAC cercherà di gettare nuova luce sui legami tra ambiente costruito e apprendimento.
Un gruppo di ricercatrici e ricercatori guidato dal Dr. Federico Tosi dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF) di Roma (di cui fa parte anche la Dr. Bianca Maria Dinelli, ricercatrice di CNR-ISAC a Bologna) ha usato le misure infrarosse ad alta risoluzione spaziale dello strumento italiano JIRAM (Jovian InfraRed Auroral Mapper) a bordo della sonda Nasa Junoper studiare la composizione superficiale di Ganimede, la maggiore delle lune di Giove e il satellite naturale più grande del Sistema solare. In questo studio, pubblicato sulla rivista Nature Astronomy, i ricercatori hanno trovato sulla superficie di Ganimede tracce di sali cloruri e potenzialmente sali carbonati, oltre a composti organici come aldeidi alifatiche. La potenziale presenza di questi materiali suggerisce che Ganimede, durante la sua formazione, abbia accumulato ghiacci ricchi di anidride carbonica, che hanno condensato l’ammoniaca. Come sulla Terra ed altri corpi planetari la presenza di sodio indica una interazione fra acqua liquida e materiale roccioso. Questa interazione potrebbe essersi verificata all’inizio della storia di Ganimede, quando le miscele di ghiaccio e roccia si sciolsero e l’acqua ed altri volatili primordiali si separarono dalle rocce. Quindi Ganimede potrebbe avere avuto un oceano a diretto contatto con un mantello, perciò potrebbe essere stato abitabile.
“Salts and organics on Ganymede’s surface from infrared observations by Juno/JIRAM”, di Federico Tosi, Alessandro Mura, Alessandra Cofano, Francesca Zambon, Christopher R. Glein, Mauro Ciarniello, Jonathan I. Lunine, Giuseppe Piccioni, Christina Plainaki, Roberto Sordini, Alberto Adriani, Scott J. Bolton, Candice J. Hansen, Tom A. Nordheim, Alessandro Moirano, Livio Agostini, Francesca Altieri, Shawn M. Brooks, Andrea Cicchetti, Bianca Maria Dinelli, Davide Grassi, Alessandra Migliorini, Maria Luisa Moriconi, Raffaella Noschese, Pietro Scarica, Giuseppe Sindoni, Stefania Stefani e Diego Turrini,
Credit: Di NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Kevin M. Gill – Ganymede – Perijove 34 Composite, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=121027630
Il collega Leo Pio D’Adderio, che insieme a Giulia Panegrossi, Paolo Sanò, Daniele Casella e altri colleghi partecipa alla Cost Action MedCyclones (CA19190), ha rilasciato un’intervista sulla caratterizzazione dei Medicanes dal punto di vista satellitare.
MedCyclones é un’importante iniziativa transnazionale, finanziata dall’Associazione COST (European Cooperation in Science and Technology), incentrata sullo studio di questi rari e distruttivi fenomeni che sono i Medicanes, cicloni dalle caratteristiche simil-tropicali che si sviluppano con sempre maggior frequenza nel Mar Mediterraneo.
Il collega Silvio Davolio coordina questa azione, insieme al Main Chair Emmanouil Flaounas, del Centro Greco per la Ricerca Marina (HCMR).
Questa mattina 29 settmbre 2023 è andata in onda, durante la trasmissione UNOMATTINA di Rai1, un’intervista di Massimilano Bruni a Marco Paglione (CNR-ISAC) sul laboratorio “Ottavio Vittori” presso Monte Cimone.
Il servizio, della durata di 2 min e 22 sec, è alle ore 09:20:14 della trasmissione al seguente link:
Il 18 e 19 Settembre 2023 si è tenuto ad Atene il terzo meeting Internazionale per membri del Management Committee (MC) della Cost Action HARMONIA ( https://harmonia-cost.eu). L’Azione, diretta dal PMOD World Radiation Center, CH, (Dr. Stelios Kazadzis) ha l’obiettivo di migliorare ed omogeneizzare le tecniche di osservazione e stima degli aerosol atmosferici creando una rete di istituzioni, sviluppatori di strumenti e utenti scientifici e commerciali. L’ ISAC (Dr. Monica Campanelli) partecipa all’Azione come leader del Working Group 2 “Aerosol measurement improvement”.
Durante il meeting sono stati presentati due importanti video (https://harmonia-cost.eu/videos/) “What is Harmonia-Cost?” e “HARMONIA Dance”. Entrambi sono visibili sui canali Facebook, YouTube e LinkedIn, digitando HARMONIA COST – CA21119.
Una ricerca del CNR evidenzia come le caratteristiche delle piante siano cruciali nel determinare la resilienza agli incendi di foreste, praterie e savane. Lo studio, svolto in collaborazione con le Università di Reading e Madrid, è pubblicato su ‘The American Naturalist’: i risultati sono stati ottenuti grazie a un modello matematico.
Con tristezza comunichiamo che il 20 agosto è mancato il Prof. Arnaldo Longhetto, iniziatore degli studi di Fisica dell’Atmosfera all’Università di Torino e fondatore del primo gruppo di ricerca congiunto del Dipartimento di Fisica e dell’ex Istituto di Cosmogeofisica del CNR, poi confluito nell’ISAC.
Negli anni ottanta ha tenuto il primo corso di Fisica dell’Atmosfera, iniziando così a formare una scuola accademica nell’Ateneo torinese che si è poi estesa a molti altri atenei italiani, portando la formazione in ambito atmosferico al livello di altri Paesi Europei e degli Stati Uniti. Il Prof. Longhetto ha quindi rivestito un ruolo fondamentale nel rilancio delle scienze dell’atmosfera ed ha formato generazioni di scienziati e ricercatori.
Nella prima parte della sua esperienza scientifica è stato Dirigente di un Centro di Ricerche dell’ENEL e rappresenta uno dei rari casi di passaggio dall’Industria all’Università. Ha dato un contributo essenziale alla nostra comunità scientifica, come coordinatore del Gruppo Nazionale di Fisica dell’Atmosfera e dell’Oceano e del Consorzio Interuniversitario per la Fisica delle Atmosfere e delle Idrosfere e come Direttore responsabile della rivista Il Nuovo Cimento C della Società Italiana di Fisica. Ha contribuito allo sviluppo della ricerca sperimentale (sia in campo, sia in laboratorio), teorica e modellistica con originalità e innovazione, coordinando numerosi progetti nazionali e internazionali. Ha avuto molte collaborazioni internazionali, essendo stato anche Membro Straniero dell’Accademia Sinica.
Il Prof. Longhetto è stato uno scienziato brillante e di grande cultura, una persona gentile, molto riservata e al contempo capace di creare solidi rapporti di amicizia con i colleghi, rispettoso di tutti e dotato di un’ironia rara con cui sorprendeva i giovani collaboratori. Ci mancherà.
Silvia Trini Castelli, Enrico Ferrero e Domenico Anfossi
Durante l’ultima edizione dell’Assemblea Generale della IUGG (International Union of Geodesy and Geophysics), svoltasi a Berlino dall’11 al 20 luglio 2023, Mario Marcello Miglietta è stato eletto nuovo membro della prestigiosa Commissione Internazionale per la Meteorologia Dinamica (ICDM; https://www.iamas.org/icdm/). Si tratta di una delle dieci commissioni che assicurano l’attività dell’Associazione Internazionale di Meteorologia e Scienze Atmosferiche (IAMAS; www.iamas.org). ICDM è composta da 25 scienziati che si impegnano a promuovere la ricerca e la cooperazione internazionale nella scienza della meteorologia dinamica.
Tra le prossime attività, la commissione curerà l’organizzazione di un workshop sugli eventi estremi in Cina, presso il Nanjing University International Conference Center, nell’ottobre 2024, e di alcune sessioni del prossimo workshop IAMAS che si terrà in Corea del Sud nel luglio 2025 (http://baco-25.org/2025/english/main/index_en.asp).
Per prendere posizione sulla crisi climatica sono apparsi in questi giorni di caldo eccezionale in Italia, nel Mediterraneo, e in molte parti dell’emisfero Nord, aventi tra i firmatari affiliati al nostro istituto ed eminenti esponenti della ricerca.
1. Lettera aperta del Climate Media Center indirizzata ai media italiani, per richiedere di comunicare correttamente le cause e gli effetti della crisi climatica, e le necessarie soluzioni in fatto di mitigazione e adattamento. I primi firmatari sono la direttrice del CNR-ISAC e presidente della SISC (Societá Italiana di Scienze del Clima) Maria Cristina Facchini, Antonello Pasini, primo ricercatore CNR-IIA, Giorgio Parisi, professore emerito di Fisica Teorica presso l’Universitá di Roma La Sapienza e premio Nobel per la Fisica, e Giorgio Vacchiano, Professore associato in Gestione e pianificazione ambientale presso l’Universitá Statale di Milano;
2. Appello sulla crisi eco-climatica globale dell’Officina della Ricerca per l’Ambiente, in cui si invita la comunitá scientifica a prendere posizione nel dibattito politico con il proprio bagaglio di esperienza nell’ambito della ricerca, avente come primo fimatario Federico Fabiano, ricercatore ISAC. È ancora possibile aderire al secondo appello, compilando questo form;
Nel decennio 2010-2021 le grandinate sono aumentate del 30% rispetto al decennio precedente nel Bacino del Mediterraneo, rendendo l’Italia il paese più esposto a questo fenomeno.
Sante Laviola (CNR-ISAC) è stato intervistato sui temporali grandinigeni che hanno recentemente colpito il Nord Italia nel luglio 2023. I suoi interventi sul Corriere della Sera (24/07/2023), Donna Moderna (24/07/2023), Il Giornale (26/07/2023), TG Poste (26/07/2023), Il Post (25/07/2023), Vanity Fair (27/07/2023), e nelle trasmissioni Studio Aperto (23/07/2023) e Controcorrente (26/07/2023).
Vincenzo Levizzani (CNR-ISAC) interviene sul Corriere della Sera (26/07/2023) e a Radio3 Scienza (26/07/2023) sul processo di generazione dei temporali a supercella. Si tratta dei fenomeni a cui si è assistito nella notte tra il 24 e 25 di luglio nel Nord Italia, in grado di produrre grandine con chicchi di dimensioni eccezionali, venti molto intensi e inondazioni lampo a causa della grande quantità di precipitazione scaricata al suolo in poco tempo e su aree limitate. Articolo disponibile sul sito del Corriere della Sera.
Marcello Miglietta (CNR-ISAC) interviene su repubblica.it Green&Blue per spiegare come si forma una supercella temporalesca e perché è pericolosa
Silvio Davolio, primo ricercatore CNR-ISAC, è stato premiato agli RMetS Awards 2022 con il “Quarterly Journal Editors’ Award” per gli oltre 12 anni di attività quale Associate Editor della prestigiosa rivista, il che lo rende uno dei più longevi.
Durante questo periodo ha gestito un gran numero di manoscritti su una vasta gamma di argomenti tra cui convezione, sistemi meteorologici e precipitazioni. È sempre stato disponibile ad aiutare la rivista, anche assumendo manoscritti difficili, e ha sempre gestito tutti gli aspetti che competono al suo ruolo con efficienza e abilità. Queste le motivazioni del prestigioso premio.
Per ulteriori dettagli e per conoscere tutti i vincitori visitate il seguente link:
COSA SUCCEDEREBBE SE…. si verificasse un rilascio, accidentale o intenzionale, di inquinanti dalla centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina durante l’atroce guerra in corso?
Il modello di dispersione Lagrangiano a particelle MILORD per la grande scala è stato usato per tracciare la dispersione della nube durante 15 giorni per una eventuale emissione continua. della durata di 10 giorni (ricordando Chernobyl).
Simulazioni di 15 giorni per ipotetici rilasci continui saranno riproposte ogni due settimane
Le simulazioni di MILORD sono effettuate insieme a Matteo M. Musso, studente di Dottorato.
MILORD Model for the Investigation of Long-Range Dispersion
L’Area della Ricerca di Padova ha ospitato una serie di eventi in occasione della celebrazione del Centenario della fondazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, offrendo ai ricercatori CNR la possibilità di presentare alla cittadinanza i progetti di ricerca e le attività degli istituti sul tema dell’energia. L’attenzione del nostro istituto si è concentrata sui recenti progressi nell’applicazione della geotermia per l’efficientamento energetico degli edifici a cui si è dedicato il team di lavoro Bernardi-Bortolin-Cadelano.
Un’affluenza numerosa di visitatori ha dimostrato l’interesse generale verso il nosto ente e gli argomenti trattati. Il dott. Cadelano (CNR-ISAC) ha accompagnato i visitatori e le autorità presenti attraverso una visita presso l’edificio pilota, ora ribattezzato “ECO-CASA”. Aperto al pubblico per la prima volta, l’edificio è utilizzato come banco di prova per soluzioni innovative e prototipi sviluppati nel contesto di progetti di ricerca sull’efficienza energetica degli edifici. Il pubblico interessato ha avuto l’opportunità di osservare da vicino e porre domande ai ricercatori CNR su innovativi sistemi di climatizzazione radiante, isolamento termico e altri prodotti nati dai recenti progetti coordinati da ISAC: GEO4CIVHIC (Most Easy, Efficient and Low Cost Geothermal Systems for Retrofitting Civil and Historical Buildings), Cheap-GSHPs (CHEAP AND EFFICIENT APPLICATION OF RELIABLE GROUND SOURCE HEAT EXCHANGERS AND PUMPS) e Innowee (Innovative pre-fabricated components including different waste construction materials reducing building energy and minimising environmental impacts). L’edificio ospiterà nei prossimi mesi anche gli innovativi sistemi di thermal storage del progetto ECHO (EFFICIENT COMPACT MODULAR THERMAL ENERGY STORAGE SYSTEM), coordinato da ITC e che vede ISAC come partner insieme ad ICMATE. Il dott. Bortolin ha presentato ai visitatori la geotermia a media e bassa entalpia per la climatizzazione degli edifici, fornendo anche esempi di applicazioni pratiche.
La geotermia costituisce una tecnologia rinnovabile che permette di andare nella direzione della decarbonizzazione degli edifici. Le pompe di calore geotermiche e gli scambiatori di calore verticali ad alta efficienza installati presso la ECO-CASA nell’ambito del progetto europeo GEO4CIVHIC sono la prova concreta che la geotermia a bassa entalpia presenta ampie possibilità di sviluppo e offre soluzioni pratiche sviluppate nella consapevolezza che è urgente trovare risposte concrete al cambiamento climatico.
L’ingegnere Pantaleone Carlucci CNR-ISAC, il colonnello Walter Villadei e il tenente colonnello Angelo Landolfi dell’Aeronautica militare italiana parteciperanno alla prima missione commerciale di Virgin Galactic, Galactic01. A bordo del volo suborbitale svolgeranno esperimenti su termofluidodinamica, biomedicina e sviluppo di materiali innovativi e sostenibili in condizioni di microgravità.
Pantaleone Carlucci, membro equipaggio missione ‘Virtute I’ e responsabile degli esperimenti di bordo del CNR-ISAC Lucia Paciucci, backup equipaggio e responsabile operazioni e training, responsabile progetti Liulin-CNR-VG e Doosy-CNR-VG Francesco Cairo, coordinatore degli esperimenti a bordo dello spazioplano CNR-ISAC Andrea Liscio, responsabile progetto droP Impact iN micro-Gravity (PING) CNR-IMM Francesca Costabile, responsabile progetto Cabin Air Quality (CAQ) CNR-ISAC Patrizio Massoli, responsabile progetto Italian Combustion Experiment – Suborbital Flight (ICE – SF) CNR-STEMS
Vista di M.te Cimone, dove sorge l’osservatorio atmosferico “O. Vittori”, credits: CNR-ISAC.
Uno studio pubblicato su Environmental Research – coordinato dall’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC) in collaborazione con l’Aeronautica Militare (CAMM Monte Cimone) ed i Laboratori Federali Svizzeri di Scienza e Tecnologia dei Materiali (EMPA) – ha studiato la possibilità di utilizzare le osservazioni atmosferiche di metano (CH4) e monossido di carbonio (CO) dell’osservatorio “O. Vittori” al Monte Cimone per quantificare le emissioni antropiche di metano, potente gas serra, dalla pianura padana. Lo studio ha messo in luce differenze nei valori annuali di emissione rispetto ai tradizionali inventari “statistici” di CH4.
Paolo Cristofanelli (CNR-ISAC, corresponding author) sottolinea la necessità di considerare le informazioni ottenute dalle osservazioni atmosferiche per supportare la quantificazione delle emissioni di gas serra: “La pianura padana rappresenta un’importante regione di emissione per il CH4 in Italia ed Europa. Abbiamo mostrato che non è semplice utilizzare le osservazioni atmosferiche per supportare la stima delle emissioni antropiche di metano e bisogna considerare diversi aspetti che contribuiscono alla incertezza totale delle stime ottenute. In particolare, deve essere accuratamente valutata la rappresentatività spaziale del sito di misura rispetto alla regione di cui si vogliano quantificare le emissione. Tuttavia, suggeriamo che le osservazioni atmosferiche condotte a Monte Cimone possano aiutare a monitorare e verificare le emissioni di CH4 dalla pianura padana”.
Il Monte Cimone è un sito atmosferico di classe 2 afferente all’Infrastruttura di Ricerca Europea “Integrated Carbon Observation System – ICOS” (http://www.icos-ri.eu) . Questa ricerca è stata supportata dalla Joint Research Unit “ICOS Italia”, finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) attraverso il CNR-DSSTTA e dal progetto “Progetto nazionale Rafforzamento del Capitale Umano CIR01_00019 – PRO–ICOS–MED “Potenziamento della rete di osservazione ICOS-Italia nel Mediterraneo – Rafforzamento del Capitale Umano” ( finanziato dal MUR).
Sabato 1 aprile due escursionisti sono stati travolti da una valanga in Val d’Aosta. Uno di loro era Velio Coviello un ricercatore del CNR-IRPI di Padova che nell’ultimo anno aveva frequentato assiduamente l’ISAC di Roma dove aveva iniziato a collaborare con alcuni ricercatori per l’utilizzo di tecniche sismiche per la misura e il monitoraggio della precipitazione al suolo.
Era un ricercatore brillante, appassionato del suo lavoro; con noi lavorava su idee innovative che mettevano in collegamento discipline apparentemente distanti, come la sismologia e l’idrologia. Nel poco tempo trascorso in ISAC abbiamo avuto modo di iniziare diversi lavori di collaborazione e sottomettere proposte progettuali.
Noi colleghi lo ricordiamo come una persona solare, aperta, sempre pronta al dialogo, con due grandi passioni, la natura e la figlia.
Il nostro pensiero va alla figlia, alla compagna, alla famiglia e agli amici.
Con lui e per lui continueremo a portare avanti i progetti e le idee che abbiamo sviluppato e condiviso insieme in questi ultimi mesi.
Foresta in Papua Nuova Guinea, credits: Rocky Roe & UPNG Remote Sensing Centre
Dai risultati di uno studio pubblicato su Global Change Biology – coordinato dalla Technical University di Monaco di Baviera (Germania) in collaborazione con Cnr-Isac – emerge la possibilità che le foreste favoriscano il trasporto di umidità dal mare alla terraferma, in presenza di condizioni atmosferiche umide. Al contrario, laddove l’atmosfera è più secca, la traspirazione delle piante potrebbe inficiare il trasporto di masse d’aria marina umida, limitando così le precipitazioni piovose.
Uno studio del CNR-ISAC, recentemente pubblicato sulla rivista Eos, offre una visione più completa sulla distribuzione della grandine nel Mediterraneo, evidenziando come l’Italia sia il paese la più esposto alle grandinate di maggiore intensità. Lo studio ha portato, inoltre, allo sviluppo della prima mappa globale ad alta risoluzione degli eventi grandinigeni.
“Abbiamo analizzato l’intera rete di sensori satellitari che fanno parte della missione spaziale internazionale Global Precipitation Measurements (GPM). Questo tipo di sensori consentono di utilizzare una vasta gamma di frequenze di sondaggio e hanno un’elevata copertura spaziale, offrendo notevoli potenzialità in termini di rilevamento e di indagine delle grandinate”, spiega Sante Laviola, ricercatore del CNR-ISAC e primo autore dello studio.
Attraverso questi dati i ricercatori potranno migliorare i modelli meteorologici e climatici, supportando anche la gestione del rischio con l’obiettivo di mitigare gli effetti della grandine sul territorio e sulle attività dell’uomo.
Laviola, S., G. Monte, E. Cattani, and V. Levizzani (2023), How hail hazards are changing around the Mediterranean, Eos, 104, https://doi.org/10.1029/2023EO230070. Published on 27 February 2023.
Il CNR-ISAC è tra gli organizzatori insieme al Gruppo di Fisica dell’Atmosfera del Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Bologna e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di un ciclo di seminari rivolti agli studenti del Corso di Laurea Magistrale in Fisica del Sistema Terra. Tali seminari hanno come scopo quello di stimolare la curiosità degli studenti verso nuove e recenti attività di ricerca. In ogni seminario relatori di CNR-ISAC presenteranno un argomento di ricerca con una o più proposte di Tesi di Laurea Magistrale da svolgersi presso ISAC con il supporto di un relatore accademico.
Referente ISAC dell’iniziativa: Elsa Cattani
Per il calendario dei seminari si veda la locandina allegata.
Nel XVI secolo l’esigenza di difendersi e mantenere il predominio sui territori dell’Italia del Nord, spinse il Governo della Serenissima a trasformare l’imbarcazione in un mezzo di difesa agile, munito di due rostri per affondare le navi nemiche. Sono poche le fonti documentarie che rivelano questo processo di adattamento bellico, sottoposto per tutto il secolo ad un vero e proprio segreto di stato. A rivelarlo è uno studio del Cnr-Isac pubblicato sulla rivista ‘Méditerranée – Journal of Mediterranean Geography.
Si è conclusa con successo la terza edizione della scuola internazionale, in edizione invernale “SORBETTO: SOlar Radiation Based Established Techniques for atmospheric Observations” tenutasi a Roma e Frascati dal 6 al 10 febbraio 2023!
La scuola è stata frequentata da 35 studenti provenienti da diverse parti d’Europa, insieme ai 15 insegnanti e al personale dello staff. L’ESA-ESRIN e l’Università La Sapienza sono state le sedi scelte per il corso intensivo e lo show degli strumenti. Gli insegnanti che non hanno potuto partecipare di persona hanno tenuto lezioni online, anche da Tokyo.
La scuola ha previsto anche attività di laboratorio ed esibizione di strumenti, in cui diverse attrezzature sono state parzialmente smontate e descritte dagli insegnanti. È stata effettuata anche una visita al supersito BAQUNIN (www.baqunin.eu). L’ultimo giorno è stato dedicato all’a HARMONIA-cost action (https://harmonia-cost.eu/) che ha finanziato alcuni studenti per la partecipazione a SORBETTO3.
Un evento sociale molto speciale è stato organizzato presso l’Agriturismo Casale di Martignano (https://www.facebook.com/casaledimartignano/) dove studenti e insegnanti hanno potuto visitare la struttura storica e conoscere le attivita di “Carbon farming” e “Cover crops ” avviate dall’Agriturismo e finalizzate alle strategie di intrappolamento del carbonio. Le osservazioni satellitari di terreni agricoli e coltivazioni sono state poi presentate in una lezione online tenutasi prima della cena. Cibo, canti e balli hanno completato l’evento. Un grande ringraziamento va ai due sponsor dell’evento Cimel e Prede, per il loro contributo nella realizzazione di questo evento.
Ricordiamo infine che SORBETTO 3 è stato organizzato dall’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAC-CNR) dell’Università di Roma Sapienza, ed è stato finanziato da SERCO ed ESA nell’ambito del QA4EO, da il progetto EMPIR-MAPP e dall’Azione COST HARMONIA.
Visita il sito http://sorbetto2.artov.isac.cnr.it/ per saperne di più!
Pubblicato su Nature Communications lo studio condotto da due ricercatrici ISAC di Bologna (Claudia Simolo e Susanna Corti) che fornisce nuovi elementi per comprendere il complesso comportamento degli eventi estremi nel clima presente e futuro, evidenziando i fattori chiave responsabili della loro intensificazione. La ricerca individua nella variabilità della temperatura un fattore chiave che determina la frequenza e l’intensità di tali eventi. Attraverso le più recenti simulazioni numeriche del clima passato e futuro, lo studio rivela il ruolo cruciale della variabilità accanto a quello dell’innalzamento delle temperature medie, quantificandone in modo rigoroso gli effetti sugli eventi estremi.
Ai tropici, in particolare, la limitata variabilità naturale è all’origine dello straordinario incremento degli episodi di caldo anomalo e spiega l’elevata vulnerabilità di questa regione al cambiamento climatico.
Secondo Claudia Simolo “In alcune aree del pianeta gli eventi di caldo estremo si susseguono a ritmi senza precedenti, mentre in altre si manifestano in modo sempre più dirompente, con gravi conseguenze per l’uomo e gli ecosistemi: tuttavia, i fondamentali meccanismi di amplificazione sono ancora poco chiari, aggiungendo elementi di incertezza alle proiezioni future”.
“D’altra parte, in Europa e nel Mediterraneo, il rapido innalzamento delle temperature estive -a causa del progressivo inaridimento del suolo- è l’elemento determinante dei sempre più intensi e persistenti episodi di caldo estremo”, aggiunge Susanna Corti.
I risultati di questo studio forniscono importanti prospettive per il miglioramento delle proiezioni dei modelli per i prossimi decenni.
È in corso di svolgimento a L’Aquila una campagna sperimentale, la prima del suo genere in Italia, per la realizzazione di misure innovative per lo studio dell’evoluzione delle nubi, dalla genesi fino agli stadi precipitativi (un esempio è in Figura 1).
Questa attività è stata possibile grazie ad una solida collaborazione tra l’Osservatorio Atmosferico del Centro di Eccellenza CETEMPS, Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche (DSFC) dell’Università degli Studi dell’Aquila (UNIVAQ) e l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche della sede di Roma (CNR-ISAC-Roma), che hanno messo in comune strumentazione di misura all’avanguardia ed esperienze specifiche nel campo dell’osservazioni delle nuvole e degli aerosol in atmosfera e lo sviluppo di algoritmi di analisi delle osservazioni.
Il sito di misura interessato è quello dell’Osservatorio Atmosferico di CETEMPS/DSFC/UNIVAQ presso Casale Calore (Figura 2) in località San Vittorino (L’Aquila) che vanta un sistema integrato di strumentazione all’avanguardia, un elenco parziale è: un radar in banda W polarimetrico a puntamento fisso verticale, un wind lidar a scansione e un nefoipsometronell’infrarosso.
L‘Osservatorio Atmosferico di CETEMPS ha ricevuto finanziamenti in ambito della Infrastruttura di ricerca Aerosol, Clouds and Trace Gases Research Infrastructure (ACTRIS), attraverso il progetto Potenziamento di Infrastrutture di Ricerca, azione ii.1 del PON Ricerca e Innovazione 2014-2020 PIR01_00015 e il progetto Rafforzamento del capitale umano delle Infrastrutture di Ricerca (CIR01_00015 “PER-ACTRIS-IT”), per far svolgere attività di ricerca avanzate con collaborazioni nazionali e internazionali.
Per la campagna di misura il CNR-ISAC ha istallato presso l’Osservatorio due disdrometri (strumenti per la misura delle dimensioni delle particelle di acqua o ghiaccio che cadono al suolo) e un radar in banda K. Le osservazioni e i risultati che emergeranno dalla campagna di misura offriranno la possibilità di investigare come si modificano ed evolvono alcuni processi fisici all’interno delle nubi.
Contatti: vincenzo.rizi@univaq.it e mario.montopoli@artov.isac.cnr.it
Per CETEMPS/DSFC/UNIVAQ partecipano: Prof. Vincenzo Rizi, Dr. Marco Iarlori, Ing. Raffaele Lidori, Ing. Saverio Di Fabio
Per CNR-ISAC: Dr. Mario Montopoli, Dr.ssa. Elisa Adirosi, Dr. Alessandro Bracci e Dr. Luca Baldini.
11 febbraio al Pacta dei Teatri a Milano “Scienziate visionarie“.
Il Cnr partecipa quest’anno all’ormai tradizione formula di Maria Eugenia D’Aquino di rivelare sulla scena storie, testimonianze di donne che hanno scolpito il cammino della scienza e della conoscenza. Quest’anno il palcoscenico di ScienzaInScena celebra la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, portando alla ribalta due scienziate, Donella Meadows e Alice Hamilton, due figure chiave nella sostenibilità ambientale, nella salute e sicurezza nel mondo del lavoro, che hanno avuto una loro visione da cui si sono lasciate guidare, sfidando posizioni scientifiche consolidate, aprendo campi di ricerca inaspettati laddove si parla di ambiente, di salute umana e di sviluppo sostenibile, laddove sembra che la scienza debba essere separata dalla politica.
Lo spettacolo teatrale è a cura di e con: Cristina Mangia, fisica ambientale, ricercatrice al Cnr, Sabrina Presto, fisica, ricercatrice e divulgatrice al CNR, Sara Sesti, matematica ricercatrice in storia della scienza, Maria Eugenia D’Aquino elaborazione scenica, regia e interpretazione.
La neve sta diventando sempre più effimera nelle nostre Alpi, quello che stiamo sperimentando negli ultimi decenni è qualcosa che non si era mai riscontrato da prima della scoperta delle Americhe: in pratica, nell’ultimo secolo la durata del manto nevoso si è accorciata di oltre un mese. Questo è il messaggio principale di un articolo appena pubblicato su Nature Climate Change, frutto della collaborazione di un team di ricercatori del Dipartimento Territorio e Sistemi AgroForestali dell’Università di Padova con l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR di Bologna.
Grazie agli anelli di accrescimento di un arbusto estremamente diffuso ed estremamente longevo (alcuni esemplari raggiungono età ragguardevoli, anche superiori ai 400 anni), il ginepro comune, è stato possibile ricostruire la durata del manto nevoso per gli ultimi 600 anni.
Infatti, in alta quota (2000-2500 m) il ginepro ha un portamento strisciante. Essendo quindi alto poche decine di centimetri, la sua stagione di crescita dipende fortemente da quanto precocemente riesce ad emergere dalla coltre bianca che lo ricopre. Per questo motivo è in grado di registrare nei suoi anelli di accrescimento la durata della copertura nevosa,
Ciò ci ha permesso di comprendere che quello che stiamo vivendo negli ultimi decenni è qualcosa che non si era mai presentato negli ultimi sei secoli.
Carrer M., Dibona R., Prendin A.L., Brunetti M. (2023) Recent waning snowpack in the Alps is unprecedented in the last six centuries.Nature Climate Change doi: 10.1038/s41558-022-01575-3.
Il libro è il primo della Collana SCIENZIATI IN AFFANNO? Cnr Edizioni che affronta i cambiamenti in atto nella ricerca in un contesto in cui le relazioni scienza, società e politica sono oggetto di discussione e ridefinizione pubblica.
A cura di Alba L’Astorina e Cristina Mangia
Per anni l’interazione tra scienza e politica è stata rappresentata come una relazione di tipo unidirezionale, nella quale gli scienziati fornirebbero ai politici una conoscenza neutrale, obiettiva e affidabile a supporto del processo decisionale. La complessità delle sfide attuali in cui “i fatti sono incerti, i valori in discussione, gli interessi elevati e le decisioni urgenti”, ha reso questa narrazione inadeguata sul piano della conoscenza e della sua condivisione pubblica. Questo volume racconta il cambiamento di tale interazione a partire dall’approccio della “scienza post-normale” (PNS), proposto negli anni ‘90 da Jerome Ravetz e Silvio Funtowicz. Esso ospita le riflessioni dei due ideatori sull’attualità e sul futuro della PNS e raccoglie i contributi di oltre 50 autrici e autori che esplorano le sfide che la PNS rappresenta sul piano teorico e su quello delle pratiche di ricerca partecipativa e di public engagement diffuse in Italia.
L’assegnista di ricerca presso la sede ISAC di Roma, Alessandra Mascitelli, è stata premiata per il miglior contributo video alla VIII edizione della YOCOCU2022 Christmas Edition Conference, che quest’anno si è tenuta dal 7 al 10 dicembre presso il Museo delle Telecomunicazioni di Francoforte (https://www.yococu.com/it/yococu-2022-conference/). Il filmato è stato realizzato per illustrare lo studio dal titolo “Exposure of UNESCO sites to extrememeteorological events: case study of Alberobello (Southern Italy)”, condotto in collaborazione con i colleghi della sede ISAC di Roma Fernanda Prestileo, Stefano Dietrich, Stefano Federico e Claudia R. Torcasio unitamente a Riccardo Biondi dell’Università di Padova e Alberico Sonnessa del politecnico di Bari e presentato come contributo orale nell’ambito del topic “Risk assessment for the protection of Cultural Heritage from anthropogenic and disasters“, nel corso della seconda sessione della prima giornata “Risk assessment and valorization of cultural property”.
Best Video Contribution Award motivation: for the combination between scientific innovation and dissemination research using multimedia tools. https://www.youtube.com/watch?v=HgwdIuuislA
E’ nata l’Associazione Prof. Frank Silvio Marzano- Per Aspera Ad Astra – per la promozione e il finanziamento della ricerca scientifica in ambito meteorologico.
Attraverso il sostegno alla ricerca, l’Associazione vuole ricordare Frank Silvio Marzano, professore di ingegneria elettronica dell’Università La Sapienza di Roma, illustre meteorologo e brillante scienziato dell’atmosfera che ha dedicato la sua intera vita alla ricerca in ambito scientifico come metodo di conoscenza della realtà, animato da un costante desiderio di evoluzione e fiducia nelle capacità proprie e altrui.
L’Associazione intende promuovere diverse iniziative a supporto della ricerca scientifica come:
– premi per il miglior articolo scientifico e per la migliore tesi di laurea triennale e magistrale
– elargizione di borse di studio
– supporto a eventi, dibattiti, presentazioni, seminari, convegni, conferenze, sviluppo di progetti scientifici
La decisione sull’assegnazione dei premi e delle borse di studio etc. sarà affidata ad un comitato scientifico composto da ricercatori e professori universitari che hanno collaborato con il professor Frank Silvio Marzano (Università La Sapienza – DIET, Università dell’Aquila, CETEMPS, IEEE,, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, CIMA Research Foundation ed altri esperti del settore).
L’Associazione vuole mantenere vivo il ricordo, viva l’essenza, vivo l’amore per la conoscenza che era il motore più grande del Prof. Frank Silvio Marzano.
Per rendere possibile questo progetto è fondamentale il sostegno di tutti coloro vogliano condividere questa iniziativa .
Anche poco può fare la differenza!
Le donazioni a favore dell’Associazione possono avvenire attraverso bonifico o con pagamento tramite carta di credito. Oppure scrivendo a: info@fsm-adastra
Tutte le informazioni sul sito https://fsm-adastra.org/
Nota: Come Associazione iscritta al RUNTS (Registro Nazionale del Terzo Settore) è possibile usufruire delle agevolazioni fiscali sotto forma di deduzioni del reddito imponibile o di detrazioni di imposta.
“E’ bene chiedersi dove si sta andando, anche se spesso il viaggio stesso ti porta dove non sospettavi. Ma se il timone è nel cuore, nella tenacia, nella passione ogni approdo sarà una gratificante scoperta”. Frank Silvio Marzano
Il Progetto H2020 SCORE (Smart control of the climate resilience in European coastal cities) al quale il CNR partecipa tramite l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima è stato selezionato come progetto del mese dall’European Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency (CINEA) (https://cinea.ec.europa.eu/featured-projects/score-coastal-city-living-lab_en). L’importante riconoscimento è legato a due contributi legati al progetto presentati alla COP 27 in corso Sharm el-Sheikh. In particolare, SCORE è uno dei due casi di studio citati nel rapporto “Sea’ties Regional Report – Adaptating Coastal Cities and Territories to Sea Level Rise in the Mediterranean Region, Challenges and Best Practices” che verrà presentato il 12 Novembre alle 11:15 nella sessione “Coastal adaptation across the Mediterranean: solutions driven by cities networks”. Uno dei punti di forza del progetto sono i Coastal City Living Labs (CCLL), laboratori viventi organizzati in dieci città costiere, tra cui Massa in Italia, per consentire a cittadini, amministrazioni e alle parti interessate di progettare con scienziati, ricercatori e professionisti soluzioni di adattamento ai cambiamenti climatici che comprendono approcci basati sugli ecosistemi e tecnologie innovative (smart sensor e digital twin). I CCLL di SCORE sono considerati un esempio da seguire per la capacità di mobilitare gli attori cittadine su temi legati all’adattamento ai cambiamenti climatici e stimolarli nella ricerca di soluzioni fattibili.
L’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR è uno dei 27 partner del progetto e fornisce le proprie competenze nell’utilizzo delle proiezioni climatiche nella valutazione soluzioni tecnologiche adottate nei CCLL come sensori per Citizen Science, digital twin sviluppati delle città costiere e sistemi informativi.
Contatti Luca Baldini (l.baldini@isac.cnr.it)
Luca Baldini
CNR-ISAC
Via Fosso del Cavaliere, 100, I-00133 Rome, ITALY l.baldini@isac.cnr.it
Il giorno 8/11/2022 si è svolto a Civitavecchia un convegno, organizzato dall’Autorità di sistema portuale del mar Tirreno centro settentrionale in collaborazione con l’ARPA Lazio e il Comune di Civitavecchia, dove sono stati presentati i risultati di uno studio per la caratterizzazione degli effetti del porto sulla qualità dell’aria di quel comprensorio.
Lo studio, denominato HARMONIA, è stato coordinato dall’ISAC con la partecipazione di ARIANET nell’ambito della convenzione con l’Autorità Portuale di Civitavecchia.
Per ulterioriori informazioni sui risultati è possibile visionare il video al seguente link (telegiornale TRC): https://youtu.be/9xcGRE5UuUs
(minuti 3’30” – 5′ 15″ circa)
La nostra direttrice, Maria Cristina Facchini, sarà alla guida della Società Italiana di Scienze del Clima – SISC da gennaio 2023.
Sarà supportata in questo delicato ruolo dal Presidente uscente Riccardo Valentini (Professore Ordinario dell’Università degli Studi della Tuscia, Direttore della Divisione “Impatti” della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) e dalla Presidente eletta Paola Mercogliano (Capo della Divisione REMHI della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici).
Per affrontare la crisi climatica SISC, fondata nel 2013 con l’obiettivo di contribuire al progresso scientifico e all’innovazione nelle scienze del clima in Italia, avrà quindi due donne ai vertici nei prossimi 4 anni.
Per l’occasione Repubblica.it ha pubblicato il 7 novembre 2022 l’intervista di Cristina Nadotti a Maria Cristina Facchini
Osservare le nuvole in giro per i cieli di tutto il mondo è un’avventura entusiasmante: le nuvole cambiano aspetto, hanno nomi diversi, assumono le forme più strane, accompagnandoci ovunque andiamo o speriamo di arrivare. Per orientarsi nelle sterminate geografie celesti, però, una guida risulta indispensabile: ed è per questo motivo che Vincenzo Levizzani, fisico italiano del CNR, ha deciso di realizzare ilPiccolo manuale per cercatori di nuvolee svelarci i segreti della vita delle nubi, terrestri ed extraterrestri, dalle quote più alte a quelle più basse, e le loro trasformazioni in piogge, temporali, nebbie.
Si è conclusa oggi 21 ottobre 2022 la 17a edizione della EGU Plinius Conference on Mediterranean Risks, co-organizzata dal CNR-ISAC e sponsorizzata da SERCO, nella splendida e storica Villa Mondragone, vicino a Frascati. Le 7 sessioni multisettoriali sui rischi del Mediterraneo, distribuite nell’arco delle 4 giornate della Conferenza, hanno riunito esperti scientifici dei settori della meteorologia, idrologia, geomorfologia, sociologia, ingegneria, conservazione del patrimonio culturale, salute e anche attori governativi o privati della gestione del rischio. Sono stati affrontati diversi aspetti legati al monitoraggio, alla valutazione, alla diagnosi, alla previsione e alla definizione degli estremi meteorologici e degli effetti idrogeologici, degli impatti sulle risorse naturali, sull’agricoltura, sulla salute e sulla società, nonché della capacità di adattamento e delle strategie di conservazione del patrimonio culturale e naturale a rischio.
Un totale di 115 partecipanti provenienti da Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Grecia, Israele, Italia, Marocco, Spagna, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti d’America si sono riuniti e hanno contribuito a un forum interdisciplinare per discutere lo stato attuale delle conoscenze sui rischi del Mediterraneo nel contesto dei cambiamenti climatici. Rimanete sintonizzati per la prossima edizione della EGU Plinius Conference on Mediterranean Risks nel 2024.
AMSTERDAM – Una nuova rete europea per la salute del pianeta, il Planetary Health European Hub, si è costituita nel corso di un incontro che ha avuto luogo ad Amsterdam, presso il centro di ricerca ‘Artis’. I rappresentanti, oltre 72 organizzazioni provenienti da 12 paesi, sono allineati attorno al movimento sociale transdisciplinare su Planetary Health, che analizza e affronta gli impatti antropici sui sistemi naturali, sulla salute umana e su tutta la vita sulla Terra. Il Planetary Health European Hub è composto da organizzazioni afferenti al mondo della ricerca, università, policy maker e associazioni impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici.
Co-organizzato dalla Planetary Health Alliance (PHA) e dalla European Environment and Sustainable Development Advisory Councils Network (EEAC), il nuovo hub è stato concepito per concentrarsi sulle politiche, sui finanziamenti e sugli scenari organizzativi che rendono l’Europa ricca di opportunità per costruire le trasformazioni necessarie.
“Dal Green Deal europeo, all’agenda di ricerca sull’ambiente sanitario per l’Europa, all’imminente agenda per la salute di Horizon 2023, ora è il momento di collegare i punti, costruire collaborazioni, creare collegamenti all’interno della comunità politica e finanziare le priorità della salute planetaria su larga scala, ” ha affermato Sam Myers, Direttore della Planetary Health Alliance e Principal Research Scientist presso l’Harvard T.H. Scuola di Sanità Pubblica Chan.
I membri dell’Hub europeo, tra cui i ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del clima del Cnr (Cnr-Isac), hanno concordato i principi dell’Hub, hanno sviluppato gruppi di lavoro per presentare proposte progettuali di ricerca, istruzione, politica e costruzione del movimento per sostenere l’Hub nel futuro.
“E’ un momento unico per agire” sostiene Francesca Costabile, che ha partecipato al meeting di Amsterdam in qualità di coordinatrice per Cnr-Isac della macroarea che studia gli impatti di eventi naturali o antropici sull’ ambiente, la salute e i beni culturali. “La crisi della salute planetaria si può affrontare solo facendo rete”
Per maggiori informazioni sul Planetary Health European Hub o per partecipare, visita https://www.planetaryhealthalliance.org/pha-regional-hubs o segui Planetary Health Alliance sui social media.
Dal 3 al 24 Settembre 2022, ISAC partecipa alla Campagna Internazionale “Solar and lunar photometers at the Izana high altitude observatory” nell’ambito del progetto Europeo H2020, EMPIR-MAPP (Metrology for Aerosol oPtical Properties), con un radiometro solare PREDE-POM della rete Skynet (https://skynet-isdc.org/), di cui coordina l’attività. La Campagna è finalizzata alla calibrazione dei radiometri di riferimento che viene eseguita solo in due stazioni nel mondo: Mauna-Loa, Hawaii o Izana, Tenerife. Alla campagna partecipano anche strumenti di altre importanti reti internazionali come AERONET ( https://aeronet.gsfc.nasa.gov/) e GAW-PFR (https://www.pmodwrc.ch/en/world-radiation-center-2/worcc/gaw-pfr/).
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